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Cosa resta della canzone politica, da Contessa a Fedez

Cosa resta della canzone politica, da Contessa a Fedez - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Con le canzoni non si fanno le rivoluzioni – come canta Guccini - ma si può intercettare un sentimento collettivo quando un brano diventa l’inno d’un movimento. E certamente la musica negli anni Sessanta divenne una forza che fece scattare in avanti i più giovani. Joan Baez, Bob Dylan, i Beatles agevolarono i sogni degli adolescenti e la voglia di cambiare dei ventenni. Prima venne il senso di un’altra musica con la generazione beat e poi fu il rock dei cantastorie con canzoni dure che parlavano della realtà. Ma accanto a questo mondo sonoro ce n’era un altro, quelle delle canzoni politiche adottate dai movimenti che scendevano in piazza.

La recente scomparsa di Paolo Pietrangeli, cantautore di impegno civile, ci porta a una riflessione su quel che resta della canzone politica che, come principio base, ha il contrario del famoso detto: canta che non ti passa! Pietrangeli entrò a far parte del “Nuovo Canzoniere Italiano”, esordendo nel recital “Padrone mio ti voglio arricchire”. Ha fatto tante cose, Pietrangeli ma il suo nome resta legato a ”Contessa”, la canzone – dura nella forma e piuttosto retorica – che è stata intonata in tutte le manifestazioni del Sessantotto.

Musica ribelle, che poco ha a che fare con gli altri cantautori che denunciavano il sistema, da Guccini a Bob Dylan, proprio perché legata alla militanza. Ci chiediamo, dunque, qual è il meccanismo che porta alcune canzoni, (che sia Contessa oppure El Pueblo Unido Jamàs Serà Vencido degli Inti Illimani), a vivere in parallelo coi movimenti di protesta: sono brani che nascono ad arte o vengono piegate alle esigenze di chi manifesta? Sia ben chiaro – è bene ribadirlo – stiamo parlando di canzoni legate ai circuiti della contestazione. Per essere più chiari, Bob Dylan nel 1983 aveva anticipato i pericoli della globalizzazione con “Union Sundown” ma era una canzone lontana dalle appartenenze a movimenti o circoli.

E a dirla tutta fu una canzone poco capita quando uscì il disco: “Dunque, le mie scarpe arrivano da Singapore/ i miei flash da Taiwan/ le tovaglie dalla Malesia/ la mia fibbia dall’Amazzonia/ Sapete questa camicia che ho addosso viene dalle Filippine/ e la macchina che guido è una Chevrolet/ l’ha assemblata in Argentina/ un tale che guadagna trenta centesimi al dì/ la democrazia non governa il mondo” … Un quadro che Dylan, il visionario, aveva dipinto prima che il mondo fosse globalizzato.

Contessa era il pane degli studenti che dovevano essere un tutt’uno con la classe operaia e con i contadini: “Che roba Contessa all’industria di Aldo/ han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti/ volevano avere i salari aumentati/ gridavano, pensi, di essere sfruttati/ e quando è arrivata la polizia/ quei quattro straccioni han gridato più forte/ di sangue han sporcato il cortile e le porte/ chissà quanto tempo ci vorrà per pulire/ Compagni dai campi e dalle officine/ prendete la falce portate il martello/ scendete giù in piazza picchiate con quello/ scendete giù in piazza affossate il sistema”… 

Francesco Guccini, interpellato dal Corriere della Sera, trova quei versi un po’ retorici: “Tirare in ballo contesse in quegli anni era fuori tempo massimo”, ha detto il maestrone di Pavana, “e dipingere quell’aristocrazia reazionaria come unico nemico di classe era irrealistico”. Sta di fatto che nelle piazze e nelle Università tutti i dibattiti degli anni Settanta finivano per cedere il passo alla lotta di classe e alla cultura dei padroni. Stati d’animo a cui i cantautori più politici come Pietrangeli e Ivan della Mea davano spazio. L’autore di Contessa avrebbe cantato poi il clima degli scontri di Valle Giulia, il bombardamento di pietre, sassi e pezzi di legno da parte degli studenti, il contrattacco della polizia, la polemica di Pasolini che simpatizzò per i poliziotti ”figli di poveri che vengono da periferie contadine o urbane che siano”.

Facciamo un passo indietro. Il “Nuovo canzoniere italiano” era nato per attualizzare il fenomeno storico del canto sociale cioè quei brani tradizionali legati al movimento operaio socialista e comunista. Siamo a metà degli anni Sessanta quando il Nuovo canzoniere mette in piedi uno spettacolo diretto da Dario Fo: “Ci ragiono e canto”. L’idea è di creare una nuova cultura che sia figlia della tradizione popolare allora relegata nel mondo del folclore. E notoriamente la musica folklorica è quella che il popolo fa per divertire le classi sociali più elevate al contrario dell’etnica che il popolo fa per se stesso. Pietrangeli però era uno dei meno legati all’idea del folk, scriveva spesso adoperando la chiave dell’ironia e puntava a creare una canzone moderna con una componente teatrale che si rifaceva soprattutto a Brecht. Infatti, nel 1969 pubblica il 33 giri “Mio caro padrone domani ti sparo” che ai contenuti della lotta univa una struttura cabarettistica.

Cambia la prospettiva in quegli anni e l’arte diventa una parte fondamentale della comunicazione politica. Il mezzo di diffusione della canzone politica sono i Dischi del sole: è l’etichetta che porta al pubblico lavori importanti come “I treni di Reggio Emilia” di Giovanna Marini o i canti a tenores della Sardegna. La musica diventa un terreno di ricerca culturale quando Gianni Sassi fonda la Cramps, un’etichetta lontana dalla politica delle major che aveva come punte di diamante il rivoluzionario gruppo degli Area e Demetrio Stratos, maestro della voce.

E' allora che la Sinistra coglie la capacità innovativa della musica di diffondere un messaggio grazie a una serie di circuiti che iniziavano dalle sezioni di partito e finivano con la Festa dell’Unità da cui sono passati un po’ tutti. Un altro esempio di canzone da piazza ce lo danno gli Inti Illimani che arrivano in Italia nel 1973, dopo il golpe di Pinochet in Cile. Il marketing dell’epoca sforna dischi su dischi, (il primo è Viva Chile!), regala i poster del gruppo cileno in esilio in Italia, fissa una serie infinita di concerti con un’efficienza militante che fa scoprire a tutti noi la musica andina. Il mercato discografico esplode: i dischi legati ai circuiti studenteschi politicamente impegnati si vendono a caterve.

Se vogliamo si vendono tutti meno – incredibile a dirsi – proprio Contessa che ha poca soddisfazione alla cassa ma che diventa popolare come se fosse un “Azzurro” di Celentano. La Cramps apre la strada al marketing: Gianni Sassi afferma di adoperare i mezzi del capitalismo, con il primo abbozzo di marketing, per far passare artisti e messaggi importanti. Oggi secondo il Censis cresce l’Italia del rancore. Il risentimento e la nostalgia condizionano la vita politica di chi è rimasto indietro. Ci sono, ovviamente, i cantautori e i rapper che descrivono la realtà ma non sussistono le condizioni per un marketing politico-musicale. Non lo fa più nessuno, o forse lo ha fatto Fedez qualche settimana fa quando per lanciare il nuovo disco che si chiama “Disumano”, ha lasciato intendere di poter scendere in politica… Ma alla fine era solo una trovata pubblicitaria, la chiamata a raccolta del pifferaio magico.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 29 novembre 2021

 

Danilo Rossi: "Dietro al talento c'è tanto lavoro"

Danilo Rossi: "Dietro al talento c'è tanto lavoro" - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 

Anche  la primissima Viola della Scala si incazza per la cultura dimenticata in Italia. E sotto il tiro di Danilo Rossi, violinista e violista di fama internazionale, finiscono la politica e i mass media. La goccia che ha colmato il vaso della sopportazione è stata la vittoria ignorata da tutti di un ragazzo di vent’anni, Giuseppe Gibboni, in un concorso violinistico internazionale che l’Italia non vinceva da ventiquattro anni. Una notizia passata sotto silenzio. Così Rossi ha preso carta e penna e ha scritto una lettera indirizzata al presidente della Repubblica per denunciare una situazione grottesca: l’estata trascorsa ha portato medaglie e coppe nello sport e i vincitori sono stati portati sugli allori e ricevuti a Palazzo Chigi e al Quirinale. Al contrario, i successi di due italiani nel concorso pianistico Chopin di Varsavia e la vittoria di Gibboni al Paganini di Genova sono stati ignorati. Extra Music Magazine ha parlato con Danilo Rossi della questione culturale in Italia.

Iniziamo dalla domanda più banale: perché ha scritto quella lettera a Mattarella?

“Non voglio abbassare il livello della discussione mettendo in discussione lo sport che, tra l’altro, amo e seguo con entusiasmo. E non sto nemmeno tra coloro che accusano i calciatori di essere pagati troppo. Volevo solo dire che che certi onori in questo Paese devono essere riconosciuti a chi ha un valore internazionale, a chi si impegna. So cosa vuol dire vincere un concorso internazionale, quanto studio c’è dietro”.

Anche perché lei vinse il suo primo concorso violinistico a sedici anni.

“È vero e poi a vent’anni ero alla Scala dove – ci tengo a dirlo – si entra solo con un concorso. Insomma, voglio dire che non si possono ignorare i talenti che abbiamo in casa”.

Che cosa è successo dopo la vittoria di Gibboni? Mi risulta che l’Ansa abbia dato la notizia.

“È questo è ancora più grave. Significa che la notizia è passata ma i mezzi di informazione l’hanno ignorata. Solo tre giorni dopo è stata ripresa in breve da un quotidiano e sono trascorsi altri nove giorni, (e soprattutto la denuncia di Danilo Rossi, N.d.R.), perché fosse trasmessa nel Tg1 delle 20. Non sarebbe male se adesso gli organi di informazione prendessero atto di aver preso una bella cantonata. È chiaro che la stampa ritiene che la notizia del violinista eccellente non faccia audience e non capisce che se avessero il coraggio di parlarne ogni giorno avvicinerebbero una persona in più”.

Lei spara su politica e sui giornali ma non pensa che anche la società sia accondiscendente? Sulle grandi questioni noto un silenzio degli intellettuali. Come nel Falstaff, per restare in tema di musica, tutto declina.

“Direi di no. La cultura non è trascurata se la mia lettera ha avuto un boom sulla rete. La gente ha detto basta, chi scrive ha ragione. Mi sarebbe piaciuto se quelle persone avessero mandato una lettera ai giornali, come si faceva una volta, ma i tempi sono cambiati, oggi si condivide sui social, e il dibattito è diventato virale con oltre centomila visualizzazioni”.

Un allarme sulla questione culturale in Italia è stato lanciato negli ultimi mesi da due musicisti: uno è lei e, in precedenza, lo aveva fatto Riccardo Muti con un’intervista al Corriere della Sera. Chi sono i musicisti oggi?

“Nell’immaginario collettivo noi siamo privilegiati e lo siamo come tutti coloro che fanno un lavoro che amano. Ma siamo anche persone che per raggiungere certi livelli si fanno un mazzo per tutta la vita. Questo non è riconosciuto ma i sacrifici devono essere valorizzati e lo dico per tutte le professioni”.

Da qui la rabbia che traspare nella sua lettera?

“Sono un romagnolo verace, dico quello che penso. L’Italia impegna lo 0,27 del Pil per la cultura contro il due per cento del Pil della Francia che investe dieci volte rispetto a noi. Se si duplicassero le risorse nel nostro Paese verrebbero riaperti i teatri e ci sarebbero più orchestre e più occasioni per i giovani”.

È nota la scarsa alfabetizzazione musicale, tra l’altro in Italia si vendono molto meno strumenti rispetto agli altri Paesi.

“Sì, dimenticando che siamo quelli che hanno inventato la musica, che nel Settecento hanno insegnato a tutto il mondo il melodramma. Per questo ogni tanto c’è un musicista come me che si incazza”.

Lei insegna al Conservatorio e quindi ha il polso della situazione dei giovani.

“Ce ne sono tanti bravi e lasciatemi dire che non è facile essere giovani oggi proprio perché non sono valorizzati. Prendiamo anche le polemiche sui Maneskin: si dovrebbe solo essere contenti che quattro ragazzi italiani vadano in America. Erano anni che questo non accadeva. I Maneskin sbancano e vanno ad aprire il concerto dei Rolling Stones. Sono grandi risultati, tutto fa parlare della cultura in Italia, io mi entusiasmo”.

I suoi studi classici, il fatto di essere la prima Viola della Scala, non le hanno impedito di avvicinarsi ad altri generi come ad esempio al jazz. Qual è la sua idea di musica?

“Sono solo molto curioso e non finisco mai di cercare cose diverse da quelle che faccio ogni giorno. Ho avuto la fortuna di incontrare musicisti straordinari che mi hanno coinvolto dal pop al jazz. Non sono un compositore ma un esecutore, però credo che sia chiaro a tutti che non esistono più gli steccati, che è bene non tirare su nuovi muri, sia quelli veri e sia quelli culturali. Le dico una cosa: io vengo dal liscio, a quattordici anni passavo l’estate nelle balere della Romagna a suonare con le orchestre da ballo. Non me ne vergogno, è stata una grande palestra”.

Che cosa risponde a chi disse che con la cultura non si mangia?

“Che dovrebbe vergognarsi. Ritorno a parlare della Francia. Ci sono i musicisti fortunati, quelli come me, che lavorano tutti i giorni e ci sono quelli che non hanno la stessa possibilità. Bene, lo Stato francese garantisce una continuità salariale a quanti non hanno la possibilità di lavorare quotidianamente. Durante il lockdown in molti hanno scoperto che la musica è cibo per l’anima, ma si sono dimenticati di quei musicisti per i quali la musica è cibo, cioè è la possibilità di pagare le bollette”.


Nicola Piovani ha detto che la musica è pericolosa, nel senso che ha un potere trascendentale. Per lei cos’è?

“La musica è cultura, fantasia, potere di aggregazione. Ma dietro al talento dei musicisti c’è tanto lavoro e mi incazzo se non viene riconosciuto”.

 Articolo pubblicato su Extra Music Magazine, 3 novembre 2021

Leonard Cohen, un viaggio, una canzone

Leonard Cohen, un viaggio, una canzone - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 

 La domanda è essenziale: si può fare un film su una sola canzone? La risposta è sì, se la canzone è Hallelujah di Leonard Cohen, il romanziere e poeta diventato cantautore, l’ebreo diventato monaco zen, l’uomo che ha vissuto tante vite insieme.  Il film è stato presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia e Extra Music Magazine prosegue con Hallelujah: Leonard Cohen, A Journey, A Song le recensioni dei docufilm sulle star della musica, in arrivo nelle sale cinematografiche di tutta Italia. Dunque, un film su una canzone e Dayna Goldfine, una dei due registi, risponde alla nostra domanda iniziale: “Non avremmo mai osato fare un film su nessun’altra canzone ma in questo brano Cohen mette insieme la filosofia e la dimensione spirituale. Ci abbiamo lavorato per sei anni, non credo che avrei trascorso tanto tempo su un’altra canzone anche perché nessun altro artista avrebbe potuto scrivere un brano del genere”.

Hallelujah faceva parte di un album, Various Positions, che quando uscì nel 1985, suscitò molti dubbi, critiche e polemiche tanto che la casa discografica, la Columbia, (oggi Sony), decise di non pubblicarlo negli Stati Uniti. Il produttore disse: “Leonard, sei grande ma non capiamo quello che stai dicendo, questo disco non avrà mai successo”. Poi, come è capitato tante volte nella storia della musica pop, l’album e in particolare la canzone Hallelujah diventata un inno di fama internazionale, avrebbero avuto una risonanza che la casa editrice non aveva immaginato. Il film statunitense, attraverso quel brano e la sua storia controversa, ricostruisce, con interviste e materiali inediti, il ritratto di un poeta, un ebreo errante che va dal Canada a un’isola della Grecia, Hydra, negli anni del libero amore, dell’espansione delle droghe, anni Sessanta quando tutto sembrava possibile. In quell’isola greca Leonard vivrà la lunga storia d’amore con la sua musa norvegese, Marianne Ihlen, e furono tradimenti, litigi e fughe senza che smettessero di amarsi per mezzo secolo. (La storia è anche narrata in un altro film, Marianne e Leonard, words of love, recensito da Extra Music Magazine nel 2020).  Negli anni Cohen passerà poi dal Chelsea Hotel di New York dove soggiornava con Janis Joplin e Jimi Hendrix a un monastero zen, a due ora di auto da Los Angeles, adagiato su un cocuzzolo a 1500 metri sul mare. Starà in quel ritiro per sei anni, dal 1993 al 1999, giornate scandite da una ferrea disciplina a meditare e a cucinare per il suo maestro. Sono stati anni durante i quali  ritrovò la pace dello spirito e imparò a bere di tutto, cognac, whisky, vino mentre il suo maestro Seasaki Roshi preferiva il sakè. In quel monastero arrivò spinto dalla depressione ma non cercava risposte né una religione: “Sono nato ebreo, non ho mai nuotato in altri oceani. Morirò ebreo”.

Hallelujah è formata da sette versi di cui tre definiti supplementari dall’autore; è un brano che Leonard pensa e ripensa nell’arco di molti anni e ci sono molteplici versioni dal vivo. Il testo originale contiene molti riferimenti biblici ma il brano accanto ai  temi più spirituali mette quelli eterni dell’amore che se ne va. Il primo artista che la canta dal vivo in un tour del 1985 è Bob Dylan, poi Hallelujah entrerà nel repertorio di decine e decine di interpreti. Dal film apprendiamo che i due poeti si incontrano a Parigi e che Leonard con la sua consueta dolcezza, messa da parte l’usuale tetraggine, sorride a Dylan e lo ringrazia per la cover. Il futuro premio Nobel si dice incantato da quelle sette strofe e chiede a Cohen in quanto tempo avesse scritto una canzone così. Il dialogo è fulminante: “Sette anni”, risponde il cantastorie canadese e Dylan riflette: “Pensa che per comporre I and I, (dall’album Infidels, Ndr), ci ho messo dieci minuti e l’ho scritta dentro a un taxi”.

Un viaggio, una canzone e Cohen ha dato a tutti il permesso di tradurre i versi in mille modi diversi. Un amico del grande canadese disse che Leonard aveva portato l’alleluia sulla terra e Cohen gli rispose: “Allora questa canzone dev’essere reinventata, farla vivere non lasciarla in sospeso”. La canzone è una scoperta progressiva ma anche una fatica per i due registi americani. Quando proposero il progetto Leonard non era del tutto convinto di accettare ma poi pose solo alcune condizioni – rivela Robert Kory, responsabile di Leonard Cohen Family Trust – una di queste era di non rilasciare interviste, una decisione peraltro presa prima del tour del 2008.  I registi del film furono comunque contenti dell’approvazione del docufilm e lavorarono sul materiale messo loro a disposizione dallo stesso Cohen: quaderni e interviste alle persone più vicine, le guide spirituali, gli amici, i collaboratori di vecchi data, gli avversari intellettuali. Gli intervistati testimoniano l’interesse di Cohen per la condizione umana e in questo modo ci rivelano alcuni aspetti delle questioni più profonde, la fede, la vita, l’amore. Per quanto possibile ci spiegano anche molto del processo creativo, della ricerca filosofica e l’etica dell’arte dell’autore di Suzanne. Nei versi di Hallelujah contano più le domande rispetto alle risposte che spesso non ci sono o come cantava il suo amico Dylan, “the answer, my friend, is blowin' in the wind”, soffiano nel vento.

È un re confuso che compone l’Alleluia: “Dici che ho nominato il nome invano; non lo so neppure il nome”. I riferimenti sacri si fondono con l’amore carnale: “La tua fede era forte ma avevi bisogno di una prova, la vedesti che faceva il bagno sul tetto, la sua bellezza e il chiaro di luna ti stroncarono… non importa quale abbia udito tu, se il sacro o lo sgangherato alleluia!” L’assistente al montaggio è italiano: Tommaso Semenzato: “Avevamo tanto materiale”, spiega, “centinaia di ore di interviste, pezzi di concerti, scritti; il mio ruolo è stato quello di dare un senso all’archivio”. Tutto con uno scopo preciso: far emergere l’autenticità del poeta e il rispetto che aveva per il pubblico; l’uomo che racconta i perdenti della vita, l’amore smarrito ma che non è mai il cantore dei cuorinfranti. Con quella voce così bassa che scava nell’inconscio, Leonard ci racconta il male di vivere e la capacità di illuminare le nostre coscienze. Così rivediamo quel signore con l’abito scuro e il cappello in testa che ci saluta dal palco alla fine del concerto: «Grazie amici, vi abbiamo dato tutto ciò che avevamo”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 2 ottobre 2021

Nella foto in alto la conferenza stampa a Venezia. Da sinistra Tommaso Semenzato, Dayna Goldfine e Robert Kory

Morricone, la musica epica al cinema

Morricone, la musica epica al cinema - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 

 LA musica va al cinema e approda alla Mostra di Venezia con una serie di documentari sulle star, da Morricone ai Led Zeppelin, da Cohen a De André, da Ezio Bosso alla Vanoni. Visti in anteprima nelle sale del Lido, i docufilm musicali saranno nei cinema a partire dal prossimo ottobre. Se una macchina organizzativa come quella di Venezia ha messo questo genere di film al centro dell’attenzione cinematografica c’è un motivo: i documentari stanno appassionando sempre di più lo spettatore grazie a una narrazione del reale in stile cinematografico. E poi, in qualche modo, rappresentano una risposta alle tante fiction sui miti della musica che non sempre hanno convinto perché – diciamolo – è difficile scrivere una sceneggiatura esauriente sulla vita di personalità complesse. Giorgio Verdelli, il regista del docufilm su Ezio Bosso offre un’altra spiegazione: “Non ci sono più i grandi miti e si sente il bisogno di riviverli”.

Extra Music Magazine, dopo De André#De André, Storia di un impiegato, continua a raccontare i docufilm che vedremo in questo autunno, a cominciare da Ennio di Giuseppe Tornatore. Due ore e tre quarti volano troppo veloci alla scoperta di un autentico maestro: Ennio Morricone, autore della colonna sonora della nostra vita con memorabili composizioni per il cinema, (ne ha realizzate più di 500), di opere sacre ma anche di moltissime canzoni di successo, quando la musica andava a 45 giri. Suoi gli arrangiamenti di Sapore di sale, Abbronzatissima, Se telefonando e altri successi.

Alla presentazione al Lido, in prima fila, ci sono la moglie di Morricone, Maria, e i figli Flavia, Marco e Giovanni. Sullo schermo, durante la lunga intervista concessa al regista di Nuovo Cinema Paradiso, apparirà a tratti un Ennio anche emozionato nel ricordare l’austerità della sua gioventù.  Era un uomo semplice, Ennio - racconta uno dei produttori Gabriele Costa - e in genere si irrigidiva durante le interviste. I rappresentanti della vasta coproduzione, (Italia-Belgio-Cina-Giappone), andarono a proporre il progetto al maestro che inizialmente rimase impassibile. Poi Ennio, senza dir nulla, si alzò e sparì in un’altra parte dell’abitazione per uscirne qualche minuto dopo e accettare la proposta.  Cosa era successo? “In quei pochi minuti aveva telefonato a Tornatore dicendogli: “Peppuccio, do il via libera al film solo se lo fai tu”.

L’inizio del film è sorprendente: vediamo Morricone nella sua casa di Roma mentre fa ginnastica, poi i movimenti delle braccia si sovrappongono, solleva una mano come a muovere un’immaginaria bacchetta, la scena cambia ancora ed eccolo sul podio a dirigere la sua orchestra.  “Tutti sanno che Ennio dedicava le prime ore del mattino all’esercizio fisico”, spiega Giuseppe Tornatore, “ma io ho sempre pensato che in questa sua pratica non ci fosse solo il desiderio di tenere in forma il proprio corpo. No, era l’espressione rigorosa della sua vita. Esercizi continui per allenare se stesso, per affrontare con lo stesso rigore la sua unica ed eterna passione, la musica”. Le riprese della ginnastica furono fatte perché l’amico Peppuccio convinse Ennio facendogli leggere il soggetto. Il documentario si basa anche sulle testimonianze di artisti e registi, tra i quali Bertolucci, Montaldo, Bellocchio, Argento, i fratelli Taviani, Verdone, Barry Levinson, Roland Joffè, Oliver Stone, Quentin Tarantino, Bruce Springsteen, Nicola Piovani, Hans Zimmer e Pat Metheny. Il resto lo fa il montaggio di Massimo Quaglia e Annalisa Schillaci e il materiale inedito di cui si è servito il regista ma tutto ruota – vero filo conduttore – sulla musica. Come si fa a non perdersi nel racconto di una vita come quella di Morricone? Tornatore realizza una sorta di romanzo audiovisivo e, a differenza di molti documentari in cui nessun regista sceglierebbe di seguire una linea cronologica col serio pericolo di infilare la storia dentro a una gabbia, in questo caso domina la cronologia. Così il lavoro diventa un punto fermo per chi vuole conoscere meglio il maestro e anche per chi volesse proseguire gli studi delle sue opere.

A un certo punto del film sentirete Morricone fare un’affermazione degna di approfondimento: “Le note non sono più importanti conta quel che il compositore le fa diventare”. Ciò che diede la gloria a Morricone, vincitore di due Oscar, era per lui anche un cruccio. Scrivere per il cinema significava in qualche caso piegare il pentagramma al servizio delle immagini ma Ennio scelse di non rinunciare mai alla propria personalità. “Il regista non deve sapere”, disse, “se ho composto un pezzo su tre note o sette o se l’armonia si svolge su tre suoni. Il risultato finale è servire il film ma la musica deve avere dentro qualcosa che la riscatti a se stessa”. E allora possiamo capire meglio il suo modo di pensare il cinema, la scrittura epica, l’impressionismo dei suoni, il famoso fischio, i rumori che rendono indimenticabili le pellicole. Sono famose le colonne sonore dei western con quella che venne definita la trilogia del dollaro: nel 1964 esce “Per un pugno di dollari” e nel triennio successivo “Per qualche dollaro in più” e, forse il più importante, “Il buono, il brutto, il cattivo” che cambia gli orizzonti della musica italiana. Una rivoluzione: da una parte l’arricchimento della componente timbrica con segnali sonori non previsti dall’orchestrazione tradizionale, entrano nella partitura la frusta, la campana, l’incudine; dall’altra parte il contrappunto, un dialogo tra le diverse sezioni di strumenti. Ennio non voleva essere identificato per gli spaghetti western, eppure quel fischio che caratterizza “Per un pugno di dollari” finità addirittura primo nella classifica dei 45 giri più venduti, segnando un’epoca con grande stupore persino della RCA italiana che allora era la più importante filiale europea dell’azienda americana. E di quella casa discografica, costruita dagli americani nel dopo guerra in un posto improbabile sulla Tiburtina per dare un contributo alla rinascita di Roma, Ennio sarebbe diventato una garanzia di successo. Come arrangiatore, tra l’altro, contribuì alla nascita della “trilogia del te” quando Gianni Morandi cantava Non son degno di te, Se non avessi più te e In ginocchio da te, brani che diedero vita a un altro genere di film non proprio memorabili, chiamati “musicarelli”. Questo per dire – come spiega Tornatore - che nessuno riuscirà mai a compilare l’opera omnia di Ennio: “Si sono persi troppi lavori e soprattutto quelli dell’inizio. Sono sparite tante composizioni destinate a trasmissioni radiofoniche degli anni Cinquanta e Sessanta perché lui consegnava gli originali e non teneva alcuna copia. Tra l’altro non si trova più nemmeno lo scritto elaborato per l’esame di composizione, e questo perché i Conservatori buttano via tutto ogni dieci anni”.

È un film delle scoperte. Dalle piccole scene di vita quotidiana, ad esempio la passione per gli scacchi, alla devozione che per Ennio avevano tanti gruppi rock e l’affetto di Bruce Springsteen, il quale gli dedicò diversi concerti in Italia. Il boss ricorda: “Quando vidi il Buono, il brutto, il cattivo ebbi come un’illuminazione e appena uscii dal cinema corsi a comprare la colonna sonora”. Il verso del coyote, il fischio, un marchio di fabbrica dell’impressionismo musicale di Morricone.

Una vita per niente facile. Ennio era nato povero e il padre, suonatore di banda, portava il bambino con sé mostrandogli la fatica di guadagnarsi da vivere con la musica. Ennio studia la tromba al Conservatorio e poi composizione; come tutti i grandi è curioso, vuole sperimentare e innovare perché la tradizione dev’essere studiata a fondo per poterla trasformare. Diverse intuizioni musicali giungono dalla vita quotidiana. A Roma assiste a una manifestazione sindacale e ascolta gli operai percuotere i fusti di metallo: è da lì che nasce il tema musicale di “Sostiene Pereira”.

Tornatore ha ragione: nonostante la meticolosità nel reperire i materiali e la capacità di mettere ordine alla cronologia, da Mission alla ballata di Sacco e Vanzetti, a Uccellini e uccellacci di Pasolini, (con l’unico esempio dei titoli del film non scritti ma cantati, in quel caso da Domenico Modugno), una vita come quella di Morricone lascia aperta la porta a nuovi approfondimenti. “Sapete qual è il problema”? conclude Tornatore, “lui non è mai stato convinto dalla sua grandezza. Serio e rigoroso in tutto quel che scriveva, non nascondeva mai le proprie emozioni. E negli ultimi anni, il rivangare delle stagioni, hanno rappresentato momenti di grande sofferenza. In realtà non perché ci siano stati grandi eventi negativi ma proprio per quel suo modo di rapportarsi alla musica, una musica profonda che poteva essere non compresa a fondo”. E allora si capisce la commozione di Ennio nel ricordare con l’amico Peppuccio la strada percorsa dal Conservatorio per raggiungere la casa del suo maestro di composizione. La memoria corre alle prime composizioni: erano tutte scene di caccia. Piccoli quadri musicali dove dominavano gli squilli dei Corni. Chissà forse è da lì che è venuta l’ispirazione per gli spaghetti western, i film di Sergio Leone a tre dimensioni: quello che si vede, ciò che si ascolta e la musica che da sola ci svela il significato di tutto.

Pubblicato su Extra Music Mgazine, 23 settembre 2021

Il docu De André alla Mostra del Cinema di Venezia

Il docu De André alla Mostra del Cinema di Venezia - Alfredo Franchini

 di Alfredo Franchini

Quanto tempo serve per percorrere il tappeto rosso alla Mostra del cinema di Venezia? Pochi minuti per i fotografi e un’eternità per Cristiano De André che, seguendo il percorso verso la Sala Darsena, mette ordine ai ricordi della sua vita. Il film “De André#De André” arriva al cinema dopo il tour sull’opera rock Storia di un impiegato; è il culmine di una carriera che, nonostante il cognome inesorabile e un diploma in violino al Paganini di Genova, s’è iniziata con le feste di piazze, una gavetta che ti fa crescere, altro che gli odierni talent. Cristiano ripensa a quei giorni, accade nel momento del trionfo con un film che dal 25 al 27 ottobre sarà proiettato in 320 sale cinematografiche. Ha inciso dischi importanti come Scaramante o Come in cielo così in guerra, un suo pezzo è stato ripreso e cofirmato da David Byrne, ma ora affiorano i ricordi di quelle feste in piazza, delle sue prime canzoni importanti eseguite sullo stesso palco dove Mietta raccoglieva gli applausi per il “trottolino amoroso”.  Dunque, De André hashtag De André, un simbolo dei nostri tempi che aggrega tematiche e persone. La sceneggiatura si può leggere come una serie di metafore in grado di traghettarci dalle istanze sociali degli anni Settanta a una rivoluzione personale; accade miracolosamente quando la sfera privata si unisce a quella sociale e la poesia si sposa alla politica. Cristiano presenta il docufilm a Venezia assieme a Dori Ghezzi e a Roberta Lena che aveva curato la regia del tour nei teatri e all’Arena di Verona, tramutando il concerto in uno spettacolo “multimediale” perché dietro la grande band di Cristiano scorrevano le immagini delle manifestazioni degli anni di piombo. Allora si scendeva in piazza per rivendicare un nuovo diritto di famiglia, per l’aborto, l’abolizione dei manicomi, per il sogno di un mondo senza disuguaglianze e intanto si alzava il fuoco del terrorismo e l’Italia conosceva lo strazio delle stragi di Stato. Sembrava che tutto dovesse cambiare ma forse il frutto più vistoso è stata la secolarizzazione dei costumi.

Tutto questo è documentato nel film di Roberta Lena, la regista torinese autrice del bel libro “Dove sei? la storia autobiografica di una madre la cui figlia decide, da un giorno all’altro, di partire per la Siria e andare a combattere l’Isis. Ma non è tutto. Con grande sensibilità artistica, Roberta Lena innesta sulle canzoni di Storia di un impiegato le vicende umane di Cristiano, il suo rapporto con un padre-mito, il desiderio di un’infanzia risolto con un bicchiere tra le mani.

A parte le immagini delle canzoni, un potente mix di elettronica e strumentistica acustica tratte dalle registrazioni fatte nel Teatro degli Arcimboldi di Milano, la scena del film diventa Portobello di Gallura, un luogo importante per Fabrizio ma di cui, a torto, si parla poco. È la casa che nel 1968 Faber cominciò a costruire con la moglie Enrichetta detta Puny. L’abitazione era arroccata più in alto di tutte le altre e Faber la battezzò il Nido dell’aquila. La dimora precedette, dunque, la scelta dell’Agnata e in quel Nido si ritrovarono molti miti del cinema italiano: Tognazzi, Marco Ferreri, Elio Petri, Walter Chiari e Paolo Villaggio. Tanti cervelli insieme che si nutrivano di uno spirito anarchico. È lì che una notte d’estate Ferreri ebbe l’idea della Grande abbuffata: “Tognazzi era un grande cuoco”, racconta Cristiano, “e dopo aver preparato una cena sontuosa portò in tavola una bellissima torta. Peccato che la forma fosse quella di due tette perfette” … La fotografia rende merito a un bagnasciuga del Nord Sardegna dalla cui acque limpide Fabrizio scorse un giorno una vacca che torceva il collo con un dentice in bocca. Nella casa abitata oggi da Cristiano è rimasto una sorta di soppalco, un piccolo proscenio su cui Ferreri, Tognazzi e tutta la combriccola si impose un limite di un quarto d’ora a testa per provare qualche gag. E così Villaggio, tra un belin e l’altro, inventò la scena delle polpette ingurgitate di fronte al severo dietologo tedesco: “Tu mangia! Infermieri venite”! Ugo Tognazzi fece le prove della Supercazzola, termine ormai riconosciuto anche dalla Treccani. Fu a Portobello che per la prima volta venne Francesco De Gregori per tradurre una canzone del futuro premio Nobel Bob Dylan con Cristiano, bambino, che gli chiese: “Perché Alice guarda i gatti”?

Storia di un impiegato fu scritta in parte in quell’angolo di paradiso e in parte a Genova in Corso Italia dove Fabrizio viveva con Puny e con Cristiano. In un’altra notte che volgeva all’alba, Faber svegliò Puny: “Vieni di là, ho scritto una canzone, voglio fartela sentire”. Era “Verranno a chiederti del nostro amore”. Cristiano - allora aveva dieci anni - sbircia i genitori dallo spioncino della porta del salotto: il padre canta e arpeggia sulla chitarra, la mamma ha due lacrime che scivolano sulle guance; nella dinamica del disco è l’estremo addio alla persona amata. Fabrizio scrisse quei versi mentre stava attraversando una grave crisi personale, innamorato di una ragazza di nome Roberta a cui avrebbe poi dedicato Giugno ’73 che si conclude con la fatidica frase: “È stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”. Storia di un impiegato, pubblicato nel 1973, venne criticato da destra e da sinistra; era un lavoro profondamente anarchico e voleva dimostrare che non ci sono poteri buoni. “Sarebbe stato capito anno dopo anno”, assicura Dori Ghezzi. Si racconta di un impiegato di trent’anni che avverte l’urgenza di potere per staccarsi da una vita anonima e si trasforma in un bombarolo ma così facendo fa solo il gioco del potere. Anzi la bomba è eterodiretta e gradita dal giudice che lo ringrazia per aver eliminato i “soci vitalizi del potere” che non servono più a vantaggio di altri fedelissimi. Gli arrangiamenti di Cristiano De André e Stefano Melone sono stati calibrati proprio sulle tappe psicologiche del protagonista della storia. “Abbiamo cercato un suono che fosse un prolungamento di quello scelto all’epoca da Nicola Piovani”, spiega Cristiano, “l’idea era di riportare la tensione di allora a quella di adesso anche grazie a nuove sonorità. Abbiamo giocato col rock, con la musica popolare, con l’elettronica unendo tutti i brani con delle suite strumentali. Mio padre ha scritto senza seguire mai le mode e così le sue opere sono e saranno sempre attuali”. Ed è su questo che Roberta Lena ha puntato: “In Storia di un impiegato ci sono parole che, attraverso la poesia, ci riportano a un conflitto sociale, al bisogno della società di rigenerarsi con istanze dal basso. Quel disco è un sunto di quanto siamo costretti a vedere oggi ma una rivoluzione sociale non può esistere senza una rivoluzione personale. Su questo ho costruito la narrazione”. Dori Ghezzi ricorda una frase scritta in un appunto da Fabrizio: “A un tratto l’amore scoppiò dappertutto”, adoperato quasi come slogan dalla Fondazione. “Quelle parole sono il suo testamento”, dice Dori Ghezzi, “sin quando la gente non imparerà a dialogare, a capirsi, a riconoscersi, i problemi saranno sempre gli stessi. Questo film è a tratti anche duro ma mi auguro che dia a tutti un po’ di speranza”. Il pubblico applaude, Cristiano si stringe ai figli Alice e Filippo. Poi saluta gli spettatori con un set di canzoni: Fiume Sand Creek, Don Raffaè, Creuza de ma, Disamistade, La canzone del maggio, in duo con il chitarrista Osvaldo Di Dio. Due chitarre che riescono a farti sentire anche gli strumenti che non ci sono. Un piccolo concerto per far risuonare le parole di Fabrizio, dalla parte delle minoranze oppresse, dei servi disobbedienti alle leggi del brano, di chi cammina in direzione ostinata e contraria per consegnare alla morte una goccia di splendore. Negli ultimi anni Fabrizio si era un po’ incupito. “Mi disse: ho scritto contro la guerra e per chi non ha voce”, ricorda Cristiano”, ma non è servito, non è cambiato niente. Sono deluso. Ecco, oggi se solo potessi gli direi che ha sbagliato: noi siamo qui a parlare di lui e tanti ragazzini si avvicinano alle sue opere”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 16 settembre 2021