maieron



  
 

Luigi Maieron

Disincanto, nostalgia e la riscoperta di Pasolini

Luigi Maieron è uno scrittore, un poeta e un musicista. Il Cd "Une primavere" è un disco diviso in due perché Maieron canta in italiano e nel dialetto carnico e perché le dieci canzoni affrontano due tematiche: l'amore che si muove tra disincanto e nostalgia e le storie della sua terra. Maieron ci racconta le storie del Friuli e riscopre  pagine a cui aveva attinto persino un giovanissimo Pier Paolo Pasolini. Une primavere è il terzo disco di Maieron che è accompagnato da musicisti d'eccezione: Ellade Bandini (batteria), Giorgio Codini (chitarre e bouzouki) sotto la produzione artistica di Michele Gazich che suona violino e viola. Ma state ad ascoltare come suonano le chitarre e la stessa voce di Maieron e scoprirete che è un lavoro molto diverso dalle consuete produzioni italiane. Arrangiamenti molto curati  e mai eccessivi. S'inizia con una danza, "Ognun bale cun so agne" che trae spunto da un proverbio friulano: "Ognuno balla con sua zia" dove c'è la passione per il ballo insegnato da una persona con la quale si ha confidenza e che mostra tutta la propria benevolenza. Ma nella musica c'è nostalgia, si mescolano suoni e sentimenti,  ricordi di tante piccole fughe incerte. E c'è quasi sempre una donna a sostenere il dolore; una moglie vicino al marito, una figlia vicina al padre e soprattutto una madre quando il proprio  figlio è in difficoltà. C'è la storia di Bortolo Del Negro che ha perso una gamba in Austria dove lavorava come boscaiolo e ora, seduto fuori dall'osteria, prevede il tempo sentendo il dolore sui nervi recisi. Storie che ci mostrano un uomo sempre pronto a cercare una propria primavera. Ma si riparte sempre _ afferma Maieron _ portandoci appresso i segno e i rumori che si sono cuciti addosso.

Une primavere

Ognun bale cu so agne/ A passo di donna/ Une mari/ Mago tiraca/ Dal cjalt al freit/ La neve di Anna/ Il vento di casa/ Mieli/ In viac/ Une primavere

Produzione Foes, 2007

 

Nanni Svampa

W Brassens

Se non ci fossero state le etichette indipendenti non avremmo avuto il meraviglioso doppio Cd di Nanni Svampa con le traduzioni di Brassens. Sulla custodia in digipack nera, satinata, il profilo di Brassens emerge accanto alla foto di Svampa che studiava e traduceva i testi del poeta francese da una quarantina d’anni. Il lavoro del cabarettista milanese è il frutto d’una vita, il tentativo di non limitarsi alla traduzione letterale ma scrivere delle liriche fedeli alla stesura e credibili nel contesto storico attuale, (si veda all’interno di questo sito il capitolo dedicato alle traduzioni di Brassens). Testi più importanti della musica, si canta l’amicizia, la solidarietà, l’amore mai in modo sdolcinato; storie e favole che hanno un risvolto sociale e naturalmente la satira e l’ironia. In tutto 25 pezzi con tre traduzioni arcinote di Fabrizio De André. Colpisce al primo ascolto la voce educata di Svampa e la particolarità del tappeto musicale che accoglie i testi. Lo stile scarno due chitarre-basso dello chansonnier francese lascia il posto ad arrangiamenti raffinati e discreti con i ricami della fisarmonica e le sonorità di una chitarra folk. Un disco che non si può perdere. 

Donne, Gorilla, Fantasmi e Lillà

L’ombelico/ Nell’acqua del laghetto/ Il mascalzone pentito/ Funerali d’altri tempi/ La contadinella / Il menestrello / La Milena/ Marcia nuziale/ Lei mi rompe/ Gli amori di un tempo/ Il testamento/ La ragazza da 4 soldi/ Al mercato rionale/ Il fantasma / Saturno/ Il temporale/ La non domanda di matrimonio/ Penelope/ Il gorilla/ Il relitto umano/ I lillà/ Delitto di paese/ Il miscredente/ Il 21 settembre/ La Cesira

Recording Arts, 2004

 


Giangilberto Monti

 Chansonnier a raccolta

Immaginatevi un disco con canzoni (in italiano) di Ferrè, Vian e Gainsbourg, tre mostri sacri francesi, alle radici della canzone d’autore italiana. Lo ha realizzato Giangilberto Monti, chansonnier e autore, nato a Milano nel 1952: mille interessi, autore di teatro e cabaret, scrive e recita, regista di spettacoli musicali, trova persino il tempo per laurearsi in ingegneria chimica al Politecnico di Milano. Monti lavorava sul repertorio di Boris Vian dal 1994 e nel 1996 aveva pubblicato il Cd “Vian, le canzoni”; sui testi di Ferrè l’impegno è più recente e, infine, Serge Gainsbourg non era mai stato tradotto prima. Nel disco ci sono brani conosciuti, come “Il disertore” e altri poco noti o addirittura inediti per il pubblico italiano. I temi sono cari agli eredi dei maudits di fine Ottocento: la guerra, l’amore, le passioni, l’anarchia e dietro c’è tutto il mondo poetico di Baudelaire, Rimbaud e Verlaine. Monti ha compiuto un lavoro enorme su Gainsbourg il quale ha scritto seicento canzoni e tra queste ne sono state scelte sette. Gli spartiti sono stati visionati dagli eredi, la moglie e i quattro figli, che hanno firmato ogni foglio per la prima traduzione in italiano. Con il Cd un libretto ricchissimo dove, oltre ai testi, c’è la presentazione di una francesista, Eleonora Sparvoli, un critico musicale, Paolo De Bernardin, e un cantautore anarchico, Alessio Lega. Monti resta in sospeso tra teatro e cabaret, tra sorrisi amari e canzoni colte.

Maledette canzoni

Il controllore del metrò/ I pirati / Che snob/ La canzone di Prévert/ La straniera/ Niente di più/ Sono venuto a dirti che vado via/ Vita d’artista/ Fisarmonica/ Col tempo/ Quei piccoli niente/ Gli anarchici/ Rock intorno al bunker/ Giava delle bombe atomiche/ Egregio presidente/ L’alcol/ Signorina eroina/ Quando avrò del vento nel cranio/ Parigi canaille/ Strani tipi

Carosello, 2006

 

 

finardi-vysotsky

 

 

 

 Eugenio Finardi e Sentieri selvaggi

Canzone d'autore e musica classica

Il Cd "Il cantante al microfono" realizzato da Eugenio Finardi con l'ensemble Sentieri selvaggi getta un ponte tra la canzone d'autore e la musica classica contemporanea. Al centro c'è Vladimir Vysontsky, (1938-1980),  ufficialmente un grande attore, in realtà uno straordinario poeta i cui versi non vengono stampati perché censurati dalle autorità sovietiche. Vysontsky, così, imbraccia la chitarra e canta e canta. E le sue parole volano di bocca in bocca per tutta l'Urss. Grazie a cassette registrate fortunosamente la voce profonda, infiammata e dolente di Vysontsky diventa la voce di tutti coloro che dissentono dal conformismo del regime. Ignorato e boicottato diventa il poeta più popolare senza che venga mai stampato un singolo verso. Quando muore la stampa non dà la notizia ma al suo funerale c'è un milione di persone. Dalle sue centinaia di canzoni Finardi, Carlo Boccadoro e Filippo Del Corno scelgono undici brani rappresentativi della tensione etica, spirituale, politica e dell'ironia corrosiva del poeta russo. Le canzoni sono state orchestrate per l'esemble strumentale Sentieri selvaggi in una versione che mette in luce la qualità poetica e permette il dispiegamento della straordinaria potenza interpretativa di Eugenio Finardi.

Il cantante al microfono

L'orizzonte/ Dal fronte non è più tornato/ Ginnastica/ Il volo interrotto/ La caccia ai lupi/ Il canto della terra/ Il cantante al microfono/ Cavalli bradi/ Il pugile sentimentale/ Il bagno alla bianca/ Variazioni sui temi tzigani.

Velut luna, 2008

 


 Gianmaria Testa

 In cerca di quello che non c’è

La notizia è grossa: negli anni Duemila c’è ancora qualcuno capace di scrivere (bene) un concept album. “Da questa parte del mare” è il prezioso lavoro di Gianmaria Testa, cantautore piemontese che ha realizzato i suoi primi dischi per l’etichetta francese Label Bleu in tempi antecedenti alla sua notorietà in Italia. Da questa parte del mare è una piccola Odissea che ha per protagonisti tutti quei popoli che sono costretti ad affrontare il mare per cercare un po’ di speranza. Migranti, insomma, ma diversi da quelli che come noi andarono in America. Allora si viaggiava da porto a porto, oggi si va da una costa all’altra. Per intenderci nessuno sbarca nel porto di Cagliari ma sulla costa sud occidentale, tra Teulada e Porto Pino. “Invincibili per noi sono i migratori”, afferma lo scrittore Erri De Luca, “quelli che attraversano il mondo a piedi per raggiungerci, e non si fanno fermare da nessuna espulsione, da nessun naufragio, da nessun campo di concentramento chiamato da noi, per non disturbarci troppo le orecchie, Centro di Permanenza Temporanea”. Gli uomini e le donne che si spostano a piedi per il mondo non possono essere fermati mentre spostano il mondo. In undici canzoni Testa ci parla di questa gente: “Sono arrivati che faceva giorno/ uomini e donne all’altipiano/ con passo lento, silenzioso, accorto/ dei seminatori di grano/ e hanno cercato quello che non c’era”… Da questa parte del mare è un concept album sul viaggio e sulla fuga alla ricerca di una nuova patria, di un modo nuovo per sopravvivere. La direzione artistica è di Greg Cohen, bassista americano e vecchio sodale di Tom Waits; al disco prendono parte ospiti eccezionali come Bill Fresel alla chitarra elettrica e Paolo Fresu alla tromba. Violoncelli e fisarmoniche, chitarre e clarinetti sul tappeto armonico di un disco che è una sorta di radiodramma o, se si preferisce, di musica dell’anima.

Da questa parte del mare

Seminatori di grano/ Rrock/ Forse qualcuno domani/ Una barca scura/ Tela di ragno/ Il passo e l’incanto/ 3/4/ Al mercato di porta Palazzo/ Ritals/ Miniera/ La nostra città

Fuorivia/ Radio Fandango, 2006


Giorgio Cordini

I vangeli apocrifi 37 anni dopo

La Buona novella è uno dei lavori più complessi (e affascinanti) di Fabrizio De André. Nel lavoro di Giorgio Cordini e la sua Piccola Orchestra Apocrifa, è stata compiuta una ricerca delle sonorità originali mediante l’accostamento alla formazione classica del quartetto d’archi di strumenti etnici come il bouzouki e l’hang. C’è da dire che Fabrizio De André ha cambiato la vita di Giorgio Cordini che è stato un “suo” chitarrista per otto anni. Veneziano, Cordini si era trasferito a Brescia alla fine degli anni Sessanta e lì aveva incontrato Mauro Pagani con il quale aveva preso a suonare, quando la Pfm non esisteva ancora, in due gruppi: “JB Club” e “Forneria Marconi” il nome che poi l’amico Pagani avrebbe portato in dote al momento di costituire la storica band che gli avrebbe solo aggiunto “Premiata”. Cordini era appassionato di blues e avrebbe accompagnato diversi musicisti americani di passaggio in Italia tra cui Carey, Bell, Otis Rush, Louisanna Red. Nella riscrittura della Buona Novella, Cordini non si è preoccupato di rispettare le tonalità della struttura originale, ha modificato moltissime parti musicali, ha aggiunto dei pezzi strumentali ma è riuscito ugualmente a mantenere intatto lo spirito del disco. Cordini ha fatto e disfatto armonie, ha sostituito il contrabbasso con un violoncello, ha aggiunto anche una  canzone, “Si chiamava Gesù”, che non faceva parte di quell’album  e ha ottenuto un risultato straordinario, diversissimo dal remake di “Non all’amore, non al denaro né al cielo” fatto da Morgan, (laddove la musica era stata fotocopiata), e dal “Creuza de mä 2004” di Mauro Pagani, il cui risultato era anche il frutto delle centinaia di concerti dal vivo. Da raccontare il modo in cui Fabrizio e Giorgio Cordini si conobbero: “Lui si aspettava che io sapessi suonare il bouzouki mentre io non l’avevo mai preso in mano. In pochi secondi mi trovai a decidere se raccontargli una bugia, pur di entrare nella sua band, o dire la verità e rischiare di non lavorare con lui. Dissi la verità e mi andò bene. Lavorare con lui è stata un’esperienza che mi ha cambiato la vita”. In questo disco suonano con Cordini (chitarra, bouzouki e cori), Stefano Zeni (violino, cori), Michele Gazich (viola), Enzo Santoro (flauto), Daniela Savoldi (violoncello), Gaspare Bonafede (percussioni), Denise Pisoni (cori), Maria Cordini (cori); la voce è di Alessandro Adami, bresciano, nato nel 1982 che si è dedicato fin da piccolo allo studio del pianoforte e poi della chitarra classica e ha una gran somiglianza vocale con Fabrizio.

La buona novella

Laudate Dominum/ L'infanzia di Maria/ Il tempio/ Il ritorno di Giuseppe/ Il deserto/ Il sogno di Maria/ Ave Maria/ Contrappunto/ Il pianto/ Tre madri/ Liturgia/ Il testamento di Tito/ Due ladri/ Laudate hominem/ Si chiamava Gesù

Fingerpicking 2006

 

PFMADP F M

Opera aprocrifa 40 anni dopo

Si erano incontrati nel 1970, in studio, da una parte il poeta, Fabrizio De André, dall'altra i turnisti di lusso che da lì a poco sarebbero diventati la più grande band del rock progessivo. L'album per il quale avvenne l'incontro era niente meno che la Buona novella. Naturalmente in mezzo a questi decenni c'è stata la tournée del 1979 che ha segnato l'incontro tra poesia e rock. Ora la Pfm, o meglio Mussida, Di Cioccio e Djivas, (Flavio Premoli ha lasciato il gruppo), continuano a seminare "sui palchi e per terra, fra borghi e città, la buona novella" e hanno realizzato un Cd per rileggere quella pagina di storia importantissima che è la Buona novella. La Pfm, però, non si è limitata a riprodurre i brani del disco ma li ha incastonati all'interno di una colonna sonora che porta il tipico marchio di fabbrica di Di Cioccio, Mussida e Djivas. Suonano con loro Piero Monterisi (batteria) e Gianluca Tagliavini (tastiere), Lucio Fabbri (violino e chitarra acustica). La "colonna sonora", in definitiva, è liberamente ispirata a una delle maggiori opere di De André, gli arrangiamenti sono curatissimi. Il suono? Quello che non si sentiva da tempo. Il disco chiude il cerchio che ha legato De André alla Pfm a partire dal 1979 in poi e anche in questo caso Mussida, Di Cioccio e Djivas mostrano di essere grandi esploratori del suono.

A.D. La Buona novella opera apocrifa

Universo e terra (Preludio)/ L'infanzia di Maria (La tentazione)/ Il ritorno di Giuseppe (Il respiro del deserto)/ Il sogno di Maria/ Ave Maria/ Maria nella bottega di un falegname (Rumori di bottega)/ Via della croce (Scintille di pena)/ Tre madri (Canto delle madri)/ Il testamento di Tito/ Laudadte hominem (Ode all'uomo).

Aerostella Edel 2010

 


  Tetes de bois

Atto d'amore per Leo Ferré

Un'antologia tratta dal gran patrimonio artistico di Leo Ferré, cioè una delle massime espressioni della poesia in musica. L'idea è dei Têtes de bois, un sestetto composto di voce (Andrea Satta), tromba (Luca De Carlo), contrabbasso (Carlo Amato), piano e fisarmonica (Angelo Pelini), chitarra (Maurizio Pizzardi), set percussivo (Raffaello Murrone). Ferré, oltre che un poeta, è stato uno straordinario musicista, (dal cabaret di Saint-Germain all’opera), uno scrittore, (si veda il romanzo Benoit Misère scritto nel 1956, pubblicato nel 1970 da Laffont e poi da Gallimard), un anarchico, (fu perseguitato e poté andare in Spagna solo dopo la fine della dittatura). In Ferré i temi libertari si susseguono: Monsieur Tout Blanc contro Pio XII, Mon General contro De Gaulle, Allende contro Pinochet e naturalmente “Gli anarchici”: “Hanno bandiere nere/ sulla loro speranza/ e la malinconia per compagna di danza/ coltelli per tagliare il pane dell’amicizia/ e del sangue pulito per lavare la sporcizia”. Ancora: la trilogia contro la pena di morte, (La Mort de Loups, Madame la Misère, Ni Dieu ni Maitre) e, infine, mi piace ricordare che Ferré ha persino messo in musica i poeti maledetti dell’Ottocento francese. Nel percorso vario di una band speciale come Têtes de bois c’è l’amore per Ferré che si traduce in questo disco. Si sa: non è facile misurarsi con operazioni simili. Loro affrontano la prova con la dovuta umiltà e il rispetto filologico (o quasi) per l’autore. I testi sono stati tradotti in italiano da Giuseppe Gennari (presidente del Centro studi Ferré), Enrico Medail, Daniele Silvestri e da Andrea Satta, la voce della band. Non tradiscono l’originale che, tra l’altro, in alcuni casi, è di Rimbaud o Apollinaire! Un atto d’amore, insomma. Se i testi sono fedeli, sia con qualche piccola licenza, la musica viene trasposta in  modo identico: è forse l’unico appunto che mi sento di fare ai Têtes de bois. Ospiti in questo omaggio Antonio Marangolo (sax), Daniele Silvestri (voce e chitarra), Francesco Di Giacomo e Nada.

Ferré, l’amore e la rivolta

Sono chi sai/ La porta/ L’albatros/ Non si può essere seri a diciassette anni/ Gli stranieri/ Il tuo stile/ Gli anarchici/ Jolie môme/ Col tempo/ La luna/ Vent’anni/ Il battello ubriaco/ Come a Ostenda/ Saint-Germain-des-Prés.

La mémoire et la mer, 2002  

 

    Orchestra Popolare La Notte della Taranta

 

 Live in Melpignano

Da undici anni nel Salento, o meglio nei comuni della Grecìa salentina, si tiene un festival di straordinaria importanza (e bellezza) che culmina in un "concertone" di cui si può trovare testimonianza in un disco pubblicato annualmente. Veniamo al dunque: dal 1998 a oggi la manifestazione è diventata una certezza, un punto di riferimento per la musica non solo italiana. L'Orchestra Popolare La Notte della Taranta, un mega ensamble di una quarantina di elementi, è un laboratorio musicale attivo tutto l'anno con audizioni, prove e tournée in Italia e in Europa. Sentire la loro musica fa bene alla salute. In principio c'era la pizzica e la tarantella ma strada facendo la musica è diventata un'altra cosa: unica, festa e, se mi permettete, goduria. Un suono ormai esportabilissimo così come, in un altro settore musicale, fa Goran Bregovic. Il maestro concertatore è Mauro Pagani chiamato a dirigere l'orchestra che, accanto agli strumenti tradizionali, ha una gran sezione ritmica, fiati, archi e voci. Con tanti ospiti. Torniamo indietro nel tempo con qualche flash: nel 2003 a guidare la manifestaizone c'era Steward Copeland (dei Police) ed eravamo ancora in una fase di sperimentazione; poi vennero gli anni di Ambrogio Sparagna chiamato a fare da maestro concertatore: andate ad ascoltare i Cd del 2005 e del 2006 per capire quali dimensioni avesse assunto l'orchestra che ha raggiunto l'apice nel biennio successivo sotto la guida di Mauro Pagani. La tradizione non è più un sapere "ingessato" na diventa confronto vitale per la musica contemporanea. E per noi assume l'importanza di un farmaco per sconfiggere non il morso della tarantola quanto la musica imbelle che passa sempre più nelle frequenze radiofoniche.

La Notte della Taranta

Parco della musica records

 

 La Drummeria

Quando la batteria canta

Cinque protagonisti della scena musicale hanno ideato una formula unica unendo le proprie storie di musica e di vita, di groove e di colore, di tecnica e d’inventiva: è la Drummeria di Ellade Bandini, Walter Calloni, Maxx Furian, Christian Meyer e Paolo Pellegatti. Nasce da questi interpreti dei diversi linguaggi musicali, da un gruppo di amici lontani per età, vissuto, gusti, esperienze e temperamenti il progetto d’uno spettacolo che va oltre tutto quello che ci si aspetta dalla batteria. In questo disco, la Drummeria  realizza, con le batterie, dei messaggi musicali costruiti su melodie facilmente godibili, l’impatto supera l’immaginazione e arriva a tutti, non solo agli appassionati di piatti e tamburi. Canzoni articolate attraverso momenti di unisoni, incastri ritmici a cinque batterie, momenti melodici e di gestualità sincronizzata. I cinque artisti regalano alla band qualcosa di speciale: Ellade Bandini una cultura totale fatta di musica, vita vissuta e una serie infinita di concerti; porta le idee di chi ha calcato i palcoscenici di tutto il mondo affrontando ogni genere musicale; Walter Calloni la potenza, l’energia e il groove che ha fatto la storia del rock italiano; Max Furian aggiunge le emozioni legate alle nuove generazioni del batterista elettrico, tecnicamente perfetto; Christian Meyer la fantasia, l’inventiva spinta fino alle estreme conseguenze; Paolo Pellegatti porta tutto il sapore del jazz e i conflitti di quella sua anima nera dannatamente rock.Ellade Bandini: a quattro anni ha suonato la prima batteria e da allora nessuno l’ha fermato più. E’ passato da un complesso beat, The Avangers, ai tour con Carmen Villani, alle infinite notti con le orchestre da ballo alle sedute in sala di registrazione. I dischi di musica italiana che ospitano la sua famosa batteria sono più di 450 mentre per i 45 giri la contabilità è davvero difficile. Da Fabrizio De André a Zucchero, da Lucio Battisti a Celentano, Mina, Paolo Conte, da Eros Ramazzotti a Capossela, da Francesco Guccini a Branduardi: i maggiori artisti hanno avuto bisogno del magico suono alla Bandini.Walter Calloni: è uno di quei musicisti che ha contribuito a scrivere la storia della musica pop italiana dagli anni Settanta ai giorni nostri. Storico batterista della Pfm, la sua energica precisione ha sostenuto alcuni dei più importanti dischi italiani a cominciare da Creuza de Ma di De André, giudicato il miglior disco degli anni Ottanta. Maxx Furian: è considerato il più colto e tecnicamente preparato dei batteristi della nuova generazione.
Dopo un’intensa gavetta si è affermato da protagonista della scena pop italiana suonando per Battiato, Concato, Jannacci e accompagnando Laura Pausini nel tour mondiale ma senza mai disdegnare altre esperienze nel jazz e nella fusion.Christian Meyer: figlio di un grande jazzista è cresciuto a pane, jazz e groove. Allievo di Lucchini, ha cominciato suonando il Dixieland e ha proseguito lungo la strada del jazz anche quando, nel 1989, è diventato titolare della batteria nel gruppo Elio e le Storie tese. Ha suonato per Mina e Finardi. Fantasista del tempo, anche nella vita continua a fare acrobazie dividendosi tra il lavoro con Elio, il jazz con il Mauro Negri S.F. Group e la fusion con la Biba Band.Paolo Pellegatti: primo allievo in assoluto del mitico Enrico Lucchini, ha frequentato con successo il Berklee College of Music di Boston. Tornato in Italia è entrato nel mondo del jazz dalla porta principale. Ha suonato con Mario Rusca, Luigi Bonafede, Guido Manusardi e Claudio Fasoli prima di unirsi stabilmente con il quartetto di Franco Cerri. Assieme allo stesso Cerri e a Enrico Intra ha dato origine a un famosissimo trio. Ha proseguito collaborando con i più famosi jazzisti italiani tra i quali E. Rava, M. Urbani, G. Gaslini, e internazionali come T. Scott, P. Jeffrey, W. Davis Jr, S. Nistico, S. Grossman, L. Konitz. Leader di band e big band ha suonato in circa 40 dischi e ha pubblicato due album a suo nome, apprezzatissimi dalla critica, grazie alla capacità di miscelare con sapienza le onde del jazz, gli incanti della musica etnica e le forme della melodia mediterranea.

La Drummeria

Trunkatu/ Africa Twist/ Piatti & Coriandoli/ La rissa/ Le onde di Paolo/ Remembering the giants/ Movimentata vena latina/ Naco’s Mood/ Mare mosso/ Split/ L’estremo inconsueto/ Paradigma

Videoradio, Milano, 2003

 

 PFM

Le immagini della PFM

Incredibile Pfm! Nella loro vita c’era quasi tutto, ora si aggiunge anche un progetto solo strumentale: Stati di immaginazione. Diamo per scontato che tutti conoscano il loro viaggio ultratrentennale e ricordiamo solo che nel 2002 avevano registrato uno splendido “Live in Japan”, due anni dopo era stato pubblicato un altro doppio che celebrava il ritrovarsi con Mauro Pagani e nel 2005 un’opera rock, “Dracula”. A quel punto s’era detto che sarebbe stato quello il punto d’arrivo, ma è facile sbagliarsi quando dall’altra parte ci sono Franz di Cioccio, Franco Mussida e Patrick Djivas. Ed ecco Stati di immaginazione, otto brani nati come accompagnamento musicale ad altrettanti filmati, visibili nell’edizione in Dvd. Otto pezzi che stanno in piedi benissimo da soli per la forza evocativa dei suoni. E’ la Pfm il cui habitat naturale è il palco ed è lì che i musicisti sono capaci di adeguare il vestito alle canzoni che di volta in volta eseguono. Forse è superfluo ricordare che il loro connubio con De André nel 1979 costituì un passo fondamentale nell’evoluzione musicale nazionale: riprendetevi i concerti e vedrete come si fusero all’epoca due mondi all’apparenza inconciliabili, quello poetico e musicalmente più scarno dei cantautori e quello ricco di sonorità di una rock band.Torniamo a Stati di immaginazione. Le tastiere stavolta hanno uno spazio più ridotto e, se si esclude l’apporto del violino di Lucio Fabbri, quello che viene fuori è un trio formidabile: la batteria di Di Cioccio, il basso di Djivas e la chitarra di Mussida. La musica mostra le eccelse qualità dei tre, mentre i suoni illustrano mondi musicali che la Pfm non aveva esplorato: ritmiche funky e rhythm’n’blues, fraseggi jazzati, melodie liriche su tappeti armonici minori; e poi gli assoli con corpose distorsioni, riff moderni, bassi ossessivi. E non mancano momenti meditativi come “Il sogno di Leonardo”, scritto da Mussida, con Djivas che suona il flauto (!) per poi tornare al suo basso con una performance formidabile. E che nessuno si sogni di dire che è il punto d’arrivo per la Pfm.

Stati di immaginazione

La terra dell’acqua/ Il mondo in testa/ La conquista / Il sogno di Leonardo / Cyber Alpha / Agua Azul / Nederland 1903 / Visioni di Archimede

Sony, 2006


  Oliviero Malaspina

Benvenuti mostri

Il disco si deve ascoltare come si faceva una volta, senza saltare una sola traccia, dall'inizio alla fine. Siamo di fronte a un vero capolavoro: durissimo nella prima parte di denuncia e tenerissimo nella seconda parte. La penna di Oliviero Malaspina colpisce al cuore e la musica non è solo un tram che porta a spasso le sue poesie. Malaspina, che ha vinto più volte il premio Recanati, è un poeta vero. Ha collaborato con Cristiano De André, (nei dischi Sul confine e Scaramante), e aveva preso a collaborare con Fabrizio De André per la stesura del disco con i quattro Notturni che purtroppo non ascolteremo mai.

One solution revolution/  Benvenuti mostri/ Sudamericapadano/ Il parti di Sabry/ Natura morta con ossibuchi./ L'ultima notte del mondo/ Adesso lasciatemi qui/ Lucente mistero/ La stanza dei pesci/ Benedetta voglia di vivere/ M.M./ Malacarne/

Casa discografica: Target/ Distribuzione Sony/ 2002



 

 

  Site Map