Il 25 febbraio del 2006 si è tenuto a Tempio un convegno di studi su Fabrizio De André. I lavori sono stati aperti da Dori Ghezzi e poi sono intervenuti la professoressa Franco Canero Medici, il  musicista Carlo Facchini, il giornalista Alfredo Franchini e lo scrittore Salvatore Niffoi. Riportiamo l'intervento di Franchini nelle sue parti essenziali.

 

Il tema che  ha affrontato Franca Canero Medici è affascinante, è uno dei problemi che attraversa l’intera storia della filosofia, peraltro restando   irrisolto nello scontro tra matematici e filosofi, perché la distinzione principale è tra una concezione fisico-matematica, (il tempo come misurazione del movimento) e quella del tempo come fatto di coscienza. Un problema così non poteva certo mancare nella poetica e nella sensibilità di Fabrizio De André: io penso che il suo canzoniere sia una miniera. Si potrebbero approfondire decine di temi, dall’attualità politica del suo pensiero al rapporto che aveva con la natura e mi vengono mente quei tre dischi, in successione, l’Indiano-Creuza e le Nuvole dedicati alla terra, al mare e al cielo. Ma certamente  il tema del tempo attraversa tutta la sua produzione.

 

Qual era il suo concetto di tempo? Io sono andato e prendere una vecchia intervista nella quale Fabrizio dice questo:

 

“Credo che l’unico tempo veramente sprecato sia quello utilizzato in cose inutili o brutte”. E racconta: “Un giovane Sioux di 11 anni che aveva passato l’estate dai nonni, in riserva, interrogato al suo ritorno a scuola su come avesse trascorso le vacanze rispose: “Benissimo. Il tempo era ritornato a essere intero”. Appunto. Noi siamo troppo abituati a segmentarlo, a dividerlo in ore e minuti, in ansie e angosce, dimenticandoci che da piccoli giocavamo intere giornate con un pezzo di legno in cortile avvertendo il passare del tempo solo al sopraggiungere della notte, allo scrosciare improvviso della pioggia. Avevamo una pura nozione atmosferica del tempo”.

 

Il tempo fisico, infatti, è presentato spesso come un’astrazione e sino al 16° secolo l’idea comune di tempo era incentrata sulle preoccupazioni quotidiane; a nessuno sarebbe venuto in mente allora di credere che il tempo intervenisse nella formulazione di leggi fisiche. Ci avrebbero pensato Galileo con i suoi esperimenti e poi Newton e soprattutto Einstein ma loro avrebbero dato risposte sul piano della fisica lasciando inalterata la grande questione ascetica di quel primo verso della Genesi:

 “In principio Dio creò”… Ma che cosa faceva Dio prima della creazione del mondo? E’ impensabile naturalmente entrare qui nel dettaglio dell’argomentazione nella quale Sant’Agostino mostra che possiamo pensare il futuro solo come presente e possiamo ritrovare tracce del tempo passato nella memoria.

 

Nelle canzoni di De André il tempo che passa è protagonista in tutta la prima produzione, (cito, a titolo d’esempio, la Canzone dell’amore perduto o Valzer per  un amore) e soprattutto in quello che è forse il testamento spirituale, Anime salve: “Sono state giornate furibonde /senza atti d’amore/senza calma di vento/solo passaggi e passaggi di tempo”.

 

Ecco l’esperienza che ciascuno fa del tempo è quella di un movimento lineare, una freccia, dalla nascita alla morte sempre in avanti e mai all’indietro. Ma giustamente _faceva notare la professoressa Canero Medici _ in Fabrizio c’è anche una visione circolare del tempo: tutto ritorna nella natura. Con l’ipotesi che tutto è eternamente destinato a ritornare e non c’è nulla di nuovo. Ci sono civiltà basate sull’idea del tempo come eterno ritorno (Il mondo classico) e civiltà basate sull’idea del tempo come sviluppo da un inizio a una fine (la tradizione ebraico cristiana). I cinesi, pur conoscendo gli orologi e i calendari prima di noi, hanno considerato il tempo come un insieme di ere, stagioni, epoche ma ci sono tanti altri esempi: una popolazione della Papuasia-Nuova Guinea non possiede nel suo vocabolario un parola che corrisponda al significato di tempo in quanto tale ma ne ha una per dire giorno, una per dire notte, prima e dopo. Per questo dopo la linea e il cerchio penserei anche a una terza figura, quella della spirale. Il tempo a quel punto appare come un fenomeno a grandi ondate ritornanti che ci portano via. E la domanda resta sempre la stessa: ci trascina verso dove? Verso il nulla o verso l’ignoto? E per dirla con Fabrizio: “Quale sarà la mano che illumina le stelle”? Il dramma è che il tempo presente si cancella mentre scorre ed è forse per questo che ci preoccupiamo tanto di lasciare una traccia della nostra eredità, delle nostre creazioni. Leo Ferré  sbagliava quando scriveva: “Col tempo tutto se ne va”. Non è vero i ricordi restano e si stratificano ma anche quando viviamo intensamente stiamo costruendo. La celebrazione di un amore immortale è spesso la sola difesa contro il tempo.

 

Due altri aspetti prima di finire. Il primo è sulla poesia e tutti sappiamo che nella poesia c’è la concezione di tempo perché il poeta deve fare i conti con i versi con il ritmo. Il tempo è misura del movimento nella poesia e non c’è movimento che non abbia qualcosa di musicale. Fabrizio diceva che quando una canzone riesce è un piccolo miracolo. A pensarci bene è un miracolo perché si sposano due concezioni di tempo: una oggettiva (il tempo come misura del movimento) e quella soggettiva (il tempo come espressione della coscienza).

Il secondo aspetto è quello della fine del tempo che, a livello umano, coincide con la morte, un altro argomento che Fabrizio ha sviscerato sino ad ambientare un intero disco in un cimitero di collina. I matematici se ne dimenticano perché sono troppo impegnati a dimostrare la neutralità del tempo mentre Fabrizio parlava di fuga dalla nascita, questo allontanamento che ha come effetto la prospettiva della fine che è contenuta, dunque, nella vita stessa. Il tempo sarebbe in definitiva l’altro nome della morte, un nome meno angosciante, più neutro, quasi un’astuzia verbale. Un grande patimento, ovviamente, che si combatte, come suggeriva il poeta maledetto Baudelaire, con l’ebbrezza del fare, con la ricerca della gloria, magari compiendo qualche pseudoimpresa. Un’idea che si combatte con le illusioni di poter durare all’infinito o di continuare a esistere attraverso i propri figli consegnando, come diceva Fabrizio, alla morte una goccia di splendore. C’è un momento però in cui il tempo non segue più il suo corso: la professoressa Canero Medici ne ha parlato, se non sbaglio, in un suo precedente libro dedicato a Fabrizio dove metteva in rilievo alcuni aspetti come il ricorso al volo e al sogno. Ebbene si sa che l’inconscio ignora il tempo.  Nel sogno si scambiano le cose, è l’uomo che morde il cane o, come nella canzone di Fabrizio è il giudice che chiede all’imputato se vuole essere giudicato. Noi non riusciamo a percepire il tempo fisico e la coscienza non si ferma quasi mai al presente ma anticipa l’avvenire o richiama il passato. Un meccanismo ben noto: il tempo accelera con l’età: quando torniamo al luoghi della nostra infanzia camminiamo nelle strade del passato ma non lo facciamo come bambini di sei anni. Abbiamo occhi diversi. Un bambino di 10 anni considera un anno come  un decimo della sua vita, un uomo di 50 come un cinquantesimo.

 

Proprio un flash e poi ho finito davvero. Siccome il tempo non è altro che la stratificazione dei nostri ricordi, cito la metafora di uno psicologo olandese che dice: “Il ricordo è come un cane che va a stendersi dove gli pare”. Ecco io ricordo ad esempio che Fabrizio aveva una memoria prodigiosa e si ricordava cose e incontri avvenuti vent’anni prima, segno della grande attenzione che lui aveva per le persone comuni che incontrava. Aveva una concezione del tempo tutta intera, non segmentata: così pur avendo una grande facilità di scrittura, scriveva solo quando aveva la necessità di comunicare. Tempi tutti suoi. Una volta nel 1982 andai a Viareggio dove doveva cantare. Gli dissi che mi avevano mandato a fargli un’intervista. Parlammo per un paio di giorni prima di fare anzi di decidere di non fare l’intervista. E questo perché, da grande saggio, sapeva che c’è un tempo, una stagione, per ogni cosa. E stare con lui ti dava una sensazione strana: ti sentivi nel giusto e quindi forte, sicuro, come se il tempo non dovesse finire mai.

 

 

 

 

 

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