Storie musicali

 

 A Bob Dylan  il premio Pulitzer

 

BOBDYLAN

Aprile 2008: Bob Dylan riceve il premio Pulitzer alla carriera. Il riconoscimento è riservato dal 1917 a chi si distingue in determinati settori come l’informazione e la composizione. Dylan è stato premiato per aver esercitato “una profonda influenza sulla musica e sulla cultura americana, sottolineata da testi dalla straordinaria forza poetica”. Il menestrello di Duluth è il primo rocker insignito del Pultizer. Non è la prima volta di un Pulitzer "musicale"; in passato avevano ricevuto il riconoscimento speciale i musicisti John Coltrane, gigante del jazz, e il leggendario compositore George Gershwin. Dylan è comunque il primo musicista rock a conquistare il premio. In questa maniera il Pulitzer,  hanno spiegato gli organizzatori, intende "esplorare l'intera gamma dell'eccellenza musicale americana".

Bonus tracks

 

Se cambia la  musica cambiano i tempi

 

Dunque, le mie scarpe arrivano da Singapore

I miei flash da Taiwan

Le tovaglie dalla Malesia

La mia fibbia dall’Amazzonia

Sapete, questa camicia che ho addosso viene dalle Filippine

E la macchina che guido è una Chevrolet,

l’ha assemblata in Argentina

un tale che guadagna trenta centesimi al dì.

 

Una ballata profetica di Bob Dylan che rappresenta forse la prima denuncia contro la globalizzazione e  il liberismo esasperato che porta tutti a parlare di competizione e flessibilità senza capirne la reale sostanza; ma si sa che gli artisti, quelli autentici, sono gli anticorpi della società. Dylan ha portato anche in questo caso  la chitarra al cuore del sistema: le statistiche rivelano, infatti, che un’ora di lavoro da noi costa mediamente 24 dollari contro i due (ma anche uno) dei Paesi asiatici ed è evidente che ci sono rischi enormi quando si compete con il bambino indiano che fa i maglioni senza alcuna garanzia né tutela; senza contare che poi  quel maglione sarà venduto nel Centro commerciale vicino a casa… Ci sono rischi se la competizione è aperta a quel bambino indiano o  al detenuto cinese che è costretto ai lavori forzati. (E tra l’altro capita che quei prodotti siano marchiati con la targhetta “made in Italy”). Occorrerebbero nuove risposte ma chi le dà? Prosegue Dylan nella canzone citata:

 

La democrazia non governa il mondo,

meglio che te lo ficchi in testa.

Il mondo lo governa la violenza

ma parlarne forse guasta.

Da Broadway alla Via Lattea,

terreno certo ce n’è da buttare

e un uomo sa cosa gli tocca

quando ha una bocca da sfamare.

 

Una ballata che colpisce più di tanti articoli di fondo di molti politologi. Molti anni prima la lotta di classe era stata al centro di un lavoro di De André, Storia di un impiegato.

 

“Lo conosciamo bene

il vostro finto progresso

il vostro comandamento

ama il consumo come te stesso”. (Canzone del maggio. Sono versi di una versione non registrata in Storia di un impiegato).

 

Era il 1973, un secolo fa! Noi a quell’epoca avevamo poche cose e le approfondivamo ragionandoci sopra. Spesso ora  si pattina in superficie: gli artisti  scelgono uno stile semplice, prevalgono in musica quelle filastrocche  odiate sino a pochi anni fa. Sono forse lo specchio di un uomo più semplice, più televisivo, che coltiva un modello sociale inarrivabile per cui tutti devono essere magri e ricchi. Un modello frustrante ed escludente e così, per comunicare in modo facile, ci si affida agli stereotipi. Non è solo la pubblicità a produrre modelli di comportamento e a influenzare i valori sociali; persino il telegiornale non sembra vendere alcune volte i valori del governo del regime dominante?  Lo spot resta, ovviamente, il terreno principale: in una nota pubblicità c’è un certo  uomo di una multinazionale, un signore molto seducente, una sorte di Indiana Jones con il  cappello bianco. Lui sa  quando il prodotto è maturo e dev’essere raccolto. I  poveri contadini del Sud del mondo che coltivano da sempre l’ananas, poverini, non sanno nemmeno quando il frutto è maturo…Ed ecco che nello spot vediamo arrivare l’uomo della multinazionale a dire loro che il prodotto è pronto. E’ una pubblicità che propone un modello preciso: il mondo delle multinazionali dove sono tutti contenti: i contadini di essere sfruttati e gli altri che possono bere il prodotto della grande multinazionale.

 

Be’, sul sindacato il sole tramonta

E ciò che è fatto negli Usa

Di certo era una buona idea finché

non è subentrata l’avidità.

 

Bob Dylan tocca mondi diversi ma il suo non è certo un messaggio semplificato come quello che nelle democrazie occidentali passa per la televisione e arriva a tutti;  questo perché scompare il messaggio più “complesso”, quello  che dovrebbe essere riservato ai lettori dei giornali i quali avrebbero diritto a ricevere comunicazioni meno banali. Invece tutto diventa slogan e conflitto puramente ideologico; la discussione tende a non entrare mai nel merito dei problemi.  Si potrebbe pensare a comunicazioni diverse, magari inserendo informazioni politiche in storie, usando un’articolazione diversa del mezzo televisivo, ma chi ha interesse a fare questo? Quando l’arte riprenderà a parlare di qualcosa di nuovo, così come auspicava Luigi Tenco? E quando i comici smetteranno di fare le parodie ricordandosi che si può prendere in giro Arlecchino e Pantalone ma non un personaggio come Brighella.

 

The times they are a changin cantava Dylan: “Venite intorno a me… ammettete che le acque intorno a voi sono salite… venite scrittori e critici che profetizzate con le vostre penne e tenete gli occhi bene aperti non vi sarà data un’altra scelta e non parlate troppo presto perché la ruota sta ancora girando e nessuno può dire chi sarà designato… perché i tempi stanno cambiando”.  E quando i tempi cambiano, si sa, cambia la musica,  almeno così è successo dopo quel Sessantotto in cui la canzone italiana prese la strada delle piazze, sospinta da un passaparola che portarono gruppi e cantautori dalla cantine ai concerti.

 

Anniversari

Il primo Lp di De André compie 40 anni   (Fabrizio De André)
1966, il mito di Jimi Hendrix
  (Jimi Hendrix)
Il disco che cambiò il rock
    (The Beatles)
40 anni fa ho visto…   (Francesco Guccini)

La magia sul palcoscenico (Jacques Brel)

Mezzo secolo di Bossa Nova


 Il primo Lp di De André compie 40 anni

Tutto cominciò con Volume I. Era il 1967 quando Fabrizio De André, dopo la chiusura della Karim per la quale aveva inciso i primi 45 giri, firmò il contratto con la Bluebell del grande Antonio Casetta.
Fabrizio de André aveva 27 anni ma era già in grado di dettare le condizioni tanto che ottenne dalla casa discografica di poter continuare a lavorare con Giampiero Reverberi mentre il produttore artistico della Bluebell era Federico Monti Arduini che negli anni Settanta sarebbe stato più noto con lo pseudonimo del Guardiano del faro. Dunque oggi il disco compie quarant’anni. In Volume 1, ripubblicato poi dalla Produttori Associati nel 1970, sono raccolte dieci canzoni scritte nei primi anni Sessanta che contengono già i temi che De André avrebbe approfondito e sviscerato col passare degli anni e dei lavori. Il tema dell’amore è il filo rosso che lega Via del Campo e Bocca di rosa ma anche Barbara e La stagione del tuo amore, pezzo che sostituì nella seconda ristampa Caro amore, scritto sulla musica del Concierto de Aranjuez di Rodrigo. In Volume 1 c’è la prima traduzione da Brassens con Marcia nuziale e l’eco di Cesare Pavese nel brano La morte, confine insopportabile “per chi bene condusse sua vita” ma vista come amica degli straccioni.

Nel disco compare Preghiera in gennaio la cui genesi è stata resa nota solo dopo una trentina d’anni. Cesare Romana sapeva da sempre che la canzone era stata scritta da Fabrizio in una notte subito dopo il suicidio di Luigi Tenco ma fu vincolato al segreto. Dopo il funerale, Fabrizio gli annunciò di aver scritto i versi per l’amico ma gli aggiunse: “Se lo dici ti taglio le palle”. Solo dopo tanti anni Fabrizio avrebbe rivelato che quella voce “che ormai canta nel vento” era di colui che aveva segnato in pochi anni una storia nuova della canzone italiana. Due pezzi, infine, sembrano un po’ staccati dall’antologia e sono Carlo Martello e Spiritual. Questa seconda è stata rinnegata da Fabrizio “perché lo spiritual non è roba nostra”; la prima è un affresco sarcastico del Potere, incarnato da “un volto caprone ma era sua Maestà”. La canzone recupera il genere burlesco-cavalleresco tra Boiardo e l’opera dei pupi. Infine Si chiamava Gesù è il primo tassello di quella tematica religiosa che avrebbe portato alla scrittura della Buona novella, uno dei concept album più complessi e completi.

Sul piano musicale De André ha sempre scelto “paesaggi” differenti a partire proprio dal primo mattone dove gli echi di Brassens mischiati al folk e alla musica classica sono paragonabili ad una rarità nel panorama di quegli anni. Il problema di Fabrizio era anche quello di liberare il testo dagli schemi obbligati e questo “filo rosso” lo avrebbe indotto negli anni a mutare scenari o addirittura ad inventarsi una lingua (Creuza de ma) dando realtà ad una carriera davvero unica. Come dice il maestro Nicola Piovani: “De André è stato l’unico che è riuscito a salire e a migliorare disco dopo disco”. Il lavoro fu registrato a Milano negli studi Fonorama e Fonit Cetra.

Volume 1

Preghiera in gennaio/ Marcia nuziale/ Spiritual/ Si chiamava Gesù/ La canzone di Barbara/ Via del Campo/ Caro amore, (La stagione del tuo amore)/ Bocca di rosa/ La morte/ Carlo Martello.

1967 Bluebell Record


 1966, il mito di Jimi Hendrix

La carriera solista durò solo quattro anni: il tempo necessario per cambiare il vocabolario musicale moderno. Il prologo risale all’autunno del 1966. Jimi Hendrix  arrivò a Londra dall’America, (era nato a Seattle nel 1942),  e dicono fosse timido e preoccupato per la nuova avventura musicale. Nutriva molti dubbi sull’accoglienza che il pubblico inglese avrebbe riservato al suo stile musicale. Ma le cose andarono diversamente. Per la musica, nel momento migliore dei Beatles,  l’Inghilterra era un po’ la terra promessa. E per un chitarrista significava misurarsi con Clapton, Beck, Townshend. Ma per Jimi che a Londra aveva perso anche una emme del suo nome, non ci fu alcun problema sul palco e furono sufficienti poche settimane per far mutare le gerarchie dell’ambiente musicale di mezzo mondo. Tutti i grandi musicisti furono travolti dal ciclone Hendrix, un misto di fisicità, naturalezza e soprattutto sensibilità. Di lui restano una trentina di album autorizzati e decine di altre pubblicazioni tra cui molti bootleg.

Torniamo al 1966. A Londra, dopo accurate selezioni, Hendrix sceglie due musicisti, un bassista e un batterista, che con lui formeranno un trio formidabile: Jimi Hendrix Experience. E’ una band anomala ma è in grado di far risaltare le doti di un chitarrista unico e così completo da coprire tutto, dalla ritmica alla solista. Il 45 giri con “Hey Joe” e “Stone Free” viene pubblicato nel dicembre del 1966 e nei mesi successivi verrà realizzato il primo album, Are You Experienced? Che sarà pubblicato nel maggio del 1967. Da quel momento il rock non sarebbe stato più lo stesso.

Hendrix sconvolge i parametri della musica e dei musicisti e manda al tappeto persino i tecnici dello studio di registrazione, che erano impreparati ad affrontare le necessità di un chitarrista che per poter registrare esige volumi altissimi. Jimi riusciva a riunire in sé diversi talenti e soprattutto suonava la chitarra come nessuno l’aveva mai sentita suonare prima di allora. E nei suoi pezzi c’è la velocità che avrebbe avuto Jeff Beck, la tecnica blues e la profondità emozionale di Eric Clapton e l’energia autodistruttiva di Townshend. 

Hey Joe è la storia di tante ballate popolari in cui un uomo uccide la sua donna per motivi di gelosia. Curiosamente fu rifiutato dalla Decca e pubblicato dopo dalla Polydor.  Musicalmente è un blues che s’inizia con un suono pulito e un incedere che cresce progressivamente. Nella frase iniziale Hendrix usa anche le corde a vuoto e poi c’è un tipico giro di basso. Il canto è quello che avrebbe caratterizzato il modo  di Hendrix con uno stile molto sobrio. Poi l’assolo che potrebbe sembrare persino facile ma che non può riuscire senza la rabbia e l’istinto di Jimi il quale dal vivo si trasformava.  Con lui la chitarra elettrica entra in una nuova vita: prima di allora, infatti,  per la maggior parte dei chitarristi era solo un’acustica amplificata; con Hendrix diventa uno strumento nuovo in grado di dar vita a dei momenti che sino ad allora erano appannaggio di altri strumenti. Nel 1969 i primi problemi con la droga con una dipendenza che sarebbe diventata sempre più pesante. A quattro anni dall’arrivo a Londra e dell’esplosione del mito, Jimi muore, ucciso dall’eroina. Gran parte della produzione postuma sarà pubblicata su etichetta Reprime per gli Usa e Polydor per l’Europa.

Are You Experienced?

Foxey Lady/ Manic Depression/  Red House/ Can You See Me / Love or Confusion /  I Don't Live Today / May This Be Love /  Fire/  Third Stone from the Sun/  Remember/  Are You Experienced?

Con il bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell
Track, 1967


 Il disco che cambiò il rock 

Era il primo giugno del 1967, un venerdì, quando fu pubblicato Sgt. Pepper’s Hearts Club band, l’ottavo album della discografia dei Beatles, uno dei più famosi, tra i primi concept album della musica pop. L’idea del lavoro era stata concepita nella primavera dello stesso anno: i Beatles avevano deciso di rinunciare alle tournée e di utilizzare il maggior tempo libero per realizzare nuovi progetti. In vacanza in America, Mc Cartney concepisce una canzone su un gruppo di musicisti classici che hanno un nome hippie; il titolo, tradotto in italiano, suona come “la banda del club dei cuori solitari del sergente Pepper” o pepe. Da lì le altre canzoni che avranno come protagonista lo stesso sergente. Il disco trasformerà in linguaggio globale la rivoluzione dell’amore e l’ottimismo dello splendore creativo della psichedelica anni Sessanta con un miracolo d’ispirazione che farà coincidere libertà musicale e stupefacenti aperture verso il nuovo. La musica popolare diventa più consapevole, complessa, libera dagli “obblighi” dello schema-canzone basato su strofa-ritornello-inciso. Stressati dai ritmi isterici della beatlesmania, Lennon, McCartbey, Harrison e Starr si prendono una boccata d’ossigeno. La copertina è un capolavoro di pop art che ha sullo sfondo le sagome di cartone di personaggi famosi e al centro i quattro Beatles. Ai loro piedi il nome del gruppo scritto coi fiori come se fosse una tomba; per la prima volta nella storia vengono pubblicati i testi dell’album. Sgt Pepper’s è  il disco che ha fissato le regole del moderno lavoro in studio di registrazione sia sul piano creativo che tecnico:  un’orchestra di 160 elementi, i primi esperimenti di sovraincisione, il primo esempio di registrazione multitracce realizzato mettendo in parallelo due registratori a quattro piste, arrangiamenti mai fatti prima, strumenti mai adoperati.

Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Sgt. Pepper’s Lonely hearts club band/ With a little help from my friends/ Lucy in the sky with diamonds/  Getting better/ Fixing a hole/ She’s leaving home/ Being for the benefit of Mr. Kite!/ Witthin you without you/  Wen I’m sixty-four/ Lovely Rita/ Good moring, good morning/ Sgt. Pepper’s Lonely hearts club band (Reprise)/ A day in the life.

Parlophone, Capitol, Emi, Londra, 1967


40 anni fa ho visto…

Ha compiuto quarant’anni la prima canzone depositata alla Siae da Francesco Guccini che in realtà scriveva da anni con uno pseudonimo; (diverse canzoni furono pubblicate a firma Pontiack-Verona, mentre Auschwitz comparì con le firme Lunero-Vandelli e solo dopo molti anni il leader dell’Equipe 84 avrebbe restituito il pezzo al suo legittimo autore). In quel periodo presessantottesco, Dio è morto raccontava di ragazzi che giravano la notte ubriachi, impasticcati, delusi da una civiltà in decadenza. Descriveva la rabbia per i miti che incominciavano a vacillare, le fedi fatte di abitudine e paura, una politica che già da allora sembrava fosse fatta solo per far carriera. Era il 1967 e Francesco Guccini scriveva una leggendaria canzone generazionale ispirandosi ad una frase di Nietche. Fatto curioso, la canzone è stata incisa da Guccini solo dal vivo, molti anni dopo e si trova in tre dischi: Album concerto (1979), …Quasi come Dumas (1988) e Live collection (1998). La canzone fu portata al successo dai Nomadi che l’avevano incisa nel disco “Per quando noi non ci saremo”. La Rai, com’era nella migliore tradizione, la censurò immediatamente, mentre il brano fu trasmesso dalla Radio Vaticana. Dopo il successo di Dio è morto per Guccini arrivò il contratto editoriale in esclusiva con la Emi-Voce del Padrone, un contratto che Guccini non volle mai mettere in discussione nemmeno di fronte a proposte di altre case editrici che sarebbero state più vantaggiose dal punto di vista economico: “La Emi, dall’inizio, mi assicurò che non mi avrebbe mai chiesto di fare un pezzo su commissione”. Nel 1967 Guccini pubblica anche il suo primo album: Folk Beat n. 1. Allora i tecnici del suono indossavano camici bianchi ed erano molto distaccati. Gli chiesero: “A quante piste vuole incidere”? Guccini sapeva che i Beatles ne usavano otto e perciò disse di accontentarsi di quattro. A quel punto un tecnico gli chiese: “Pensa di registrare un’opera lirica”?

Folk Beat n. 1

Noi non ci saremo/ In morte di S.F./ Venerdì santo/ L’atomica cinese/ La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)/ Talkin Milano/ Statale 17/ Il 3 dicembre del ‘39/ La ballata degli annegati/ Il sociale e l’antisociale.

Emi, 1967

 

 

 

 

   Brel, la magia del palcoscenico
 

PARIGI, 3 OTT 2008 – "Scrive delle belle canzoni, peccato che continui a volerle cantare", fu questo il commento diretto a Jacques Brel che un critico francese formulò dopo aver ascoltato Juliette Greco interpretare all'Olympia "Ca va (le diable)", uno dei successi del cantautore, un monumento della canzone francofona. Evidentemente non aveva capito granchè della magia che Brel sprigionava quando sul palcoscenico, il volto matido di sudore, il dramma nei gesti e nelle mani, con quel suo accento che ricordava il Belgio natale cantato ne 'Le plat pays', interpretava le sue canzoni con una carica emotiva senza pari.

E a 30 anni dalla sua prematura scomparsa _  si spense a 49 anni, il 9 ottobre 1978 _ il suo mito è più che mai intatto, i suoi testi a volte violenti ancora attuali, gli omaggi e gli eventi organizzati per celebrare l'anniversario all'altezza di un grande. Un trentennale festeggiato dall'uscita di numerosi dischi alcuni dei quali propongono l'intero repertorio, diversi Dvd tra cui  L'addio alle scene che Brel a sorpresa annunciò dopo un concerto all'Olympia nel 1966, parecchi libri per lo più biografie o testi che tentano di mettere a fuoco un personaggio affascinante quanto complesso, come Jacques Brel, l'eterno adolescente di Serge Le Vaillant, con una prefazione firmata dal suo pianista, e marito di Juliette Greco, Gerard Jouannest e dal rappeur Abd al Malik, che afferma di ispirarsi a Brel.

Molto attesa la vendita da Sotheby's, l'8 ottobre a Parigi, di una collezione di oggetti, manoscritti, foto appartenuti al mitico cantante-poeta, per un valore stimato tra 340mila e 470mila euro. Tra i cimeli più preziosi, un quaderno su cui l'artista annotò diverse versioni del testo di una delle sue canzoni più note, 'Amsterdam', fino a quella definitiva, il manoscritto della commedia musicale 'L'homme de la Mancha' composta nel 1967. Tra i 94 lotti, ci sono anche manoscritti corretti e ricchi di annotazioni di canzoni come 'Ces gens la'', Mathilde', 'Madeleine', 'Ne me quitte pas' _ che fu interpretata anche da Frank Sinatra, Dusty Springfield, Shirley Bassey _  due delle sue chitarre, una stilografica, una pipa.

Brel si dedicò anche al teatro e al cinema: oltre ad un paio di film come regista, interpretò numerosi film, da 'Les risques du metier' di André Cayatte a 'Mon oncle Benjamin' di Edouard Molinaro, alcuni dei quali saranno ritrasmessi dalla tv francese. E' meno nota la sua seconda, fortissima passione: l'aviazione, alla quale si dedicò soprattutto dopo il suo misterioso esilio volontario a Hiva Oa, nelle Isole Marchesi, dove arrivò nel 1974. Pilotava un Twin Bonanza, battezzato 'Jojo' regalatogli dalla sua ultima compagna, Maddly Bamy, conservato ora nel museo Brel di Hiva Oa, dove sarà inaugurato il 9 ottobre un aeroclub Marquises-Jacques Brel. Ci sarà anche la prima moglie, Therese Michielsen, 'Miche', oggi 81enne, che si recherà per la prima volta al cimitero di Atuona sulla tomba del marito, sepolto a pochi metri da Paul Gauguin. Non divorziarono mai, malgrado la movimentata vita sentimentale del cantante, una decisione presa nel '58 dopo la nascita della terza figlia. Ad Atuona vive ancora Maddly, che Brel conobbe sul set di ''L'avventura e' l'avventura'' di Claude Lelouch, e gli organizzatori delle cerimonie sperano che ''sappia restare nell'ombra per pudore, come Miche' ha fatto tante volte''. Tutti temono un incontro che potrebbe essere sgradevole specie dopo una accanita polemica su una lapide posta sulla tomba: France, figlia di Brel e Miche', nel '99 fece togliere (a sua insaputa) quella messa da Maddly che rappresentava il suo volto accanto a quello di Brel, e la sostituì con una su cui figuravano i nomi della moglie legittima, delle tre figlie e dei nipotini. Per tutta risposta Maddly la rispedì al mittente. La disputa finì in tribunale che diede ragione all'ultima compagna del cantante. Così Michè  il 9 ottobre ritroverà  sulla tomba del marito i volti dei due ribelli, che forse scelsero l'esilio per amore.

 

 

Mezzo secolo di Bossa Nova

 

SAN PAOLO, 21 OTT 2008. La Bossa Nova compie 50 anni. Il genere creato dal pianista Antonio Carlos "Tom" Jobim (nella foto)  e dal chitarrista Joao Gilberto nel 1958 è stato e sarà per sempre la musica più sofisticata del Brasile, un ponte tra il samba e il jazz che ragazzi di classe media delle spiagge di Copacabana e Ipanema, a Rio de Janeiro, lanciarono come rivoluzionario stile musicale, intriso di ottimismo e di modernità.Il Brasile di allora assomiglia molto a quello d'adesso. Un presidente simpatico, Juscelino Kubitcheck, aveva inventato dal nulla una nuova capitale, Brasilia, e prometteva una ripresa brasiliana di 50 anni in 5 anni. Così come oggi il "presidente operaio" Luiz Inacio Lula da Silva fa vivere al suo Brasile un boom senza precedenti. Tutto il gigante sudamericano festeggia il mezzo secolo di Bossa Nova con mostre tematiche a San Paolo e a Rio, esportate nel palazzo dell'Onu, a New York, e fino in Cina, col restauro dei bar e dei locali più famosi in cui Tom si riuniva con i suoi adepti, il "poetinha" Vinicius de Moraes e l'imberbe Chico Buarque de Hollanda, e con centinaia di concerti basati su "Chega de Saudade" (autentico inno della Bossa Nova) e sulla "Garota de Ipanema", interpretati dai big attuali della musica popolare brasiliana (Mpb).Tutto è casuale nella storia della Bossa Nova: dal nome,dato da un'oscura segretaria del Collegio Israelita-Brasiliano di Rio a un concerto che dei giovani studenti volevano chiamare Samba Sessions. Su una lavagna scrisse che quella sera si sarebbero presentati ''quelli della bossa nova'', nome generico dato ai suonatori dal "nuovo bernoccolo". Fissati erano davvero i creatori della Bossa Nova nel desiderio di fare qualcosa di veramente originale: presero il canto senza vibrato da Chet Baker, un ritmo sincopato dalla percussione del samba,una linea melodica complicata dal jazz e dall'estro di Tom Jobim, e un modo nuovo di suonare la chitarra, a gruppi di accordi alternati al pollice, inventato genialmente da Joao Gilberto.  Jobim è morto da 14 anni, Vinicius da addirittura 28. Ma Joao Gilberto è tornato sul palco per i 50 anni della Bossa Nova, a 77 anni suonati, dimostrandosi una volta tanto disponibile e felice, pur rispettando le sue classiche due ore di ritardo sull'orario annunciato. La Fiat brasiliana ha anche lei celebrato lo storico evento, promuovendo un incontro senza precedenti tra Roberto Carlos, vincitore del Festival di Sanremo ai tempi di Sergio Endrigo, e Caetano Veloso, riuniti una volta nella loro vita a cantare i successi immortali di Jobim.Di Bossa Nova se n'è parlato più all'estero che in Brasile, dove è sempre rimasta una musica d'elite. La notte del 21 novembre 1962 è restata famosa per il concerto di tre ore che Tom Jobim, Joao Gilberto, Luis Bonfà, Roberto Menescal e Sergio Mendes offrirono a un entusiasta pubblico di New York,alla Carnegie Hall. Cinque anni dopo ''the voice'' Frank Sinatra registrava con Tom Jobim uno dei dischi più venduti in tutto il mondo. La Bossa Nova faceva furore ovunque, dalla voce di Nara Leao, di Ella Fitzgerald o di Ornella Vanoni, al virtuosismo di Baden Powell, di Stan Getz o di Ryuichi Sakamoto.Il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, ha ricordato,nella mostra ospitata dal ''Palazzo di Vetro'', la Bossa Nova che lui aveva conosciuto mentre era studente a Seul: "Quella musica invocava un paese magico, allegro, amico, che mi faceva sognare. Era difficile trovare lp di Bossa Nova in Corea. Ma sempre c'era un soldato americano disposto a rivenderne un esemplare a noi ragazzi. L'inventiva della musica brasiliana era ed resta una cosa eccezionale".


 

 

 
 

 

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