Poesia e musica hanno dato il senso della condizione dell'uomo

 

 Poesia e musica hanno origini comuni perché nascono dal reciproco adattarsi di parole e suoni ma ormai sia la poesia sia la canzone "colta" sono messe ai margini dall'industria della comunicazione. L'unione tra parole e suono, quando riesce, è quasi un piccolo miracolo, un esempio di magia che rende inscindibili parole e musica. Una volta hanno chiesto al poeta Attilio Bertolucci perché Leopardi non avesse scritto "L'infinito" in prosa e lui ha risposto: "Perché così ha espresso con più intensità e concentrazione quello che pensava". Al di là della scansione metrica dei versi nella ritmica delle note, la canzone è diventata un segno di garanzia dell'appartenenza al genere umano: esiste in qualche parte del mondo un uomo che non conosca almeno una canzone? Ed è inutile ricordare come in alcune etnie cosiddette primitive il canto abbia ancora oggi il compito di liberare dalla sofferenza, una funzione catartica per alleviare il dolore ed esorcizzare il male.

In un saggio il poeta Mario Luzi ha assimilato il Novecento al Trecento, due secoli, ha osservato, avvicinabili ma con loro differenze capitali che aiutano a renderci conto dell'importanza intellettiva della poesia del Novecento: Il poeta trecentesco era, infatti, immerso in una cultura di cui era parte, nel Novecento il poeta è stato immerso in un sapere abbondante ma insicuro, analitico, non costruttivo, doppiato dalla coscienza del non sapere che è forse più grande di quella del sapere. La poesia è stata in grado di dare risposte ai mali della società. La crisi della poesia è stata espressione della crisi della conoscenza generale dovuta alle tragiche esperienze storiche del Novecento. A che cosa è servita? A dare quella coscienza e quella consapevolezza che le altre discipline non davano.

Gli artisti, quelli veri, sono gli anticorpi della società. Eliot, Valery, Montale, Rilke, Celan e appunto Fabrizio De André hanno dato il senso alla condizione dell'uomo. La poesia non ha potuto fare di più, ma quale ideologia o quale proposta poteva scaturire?

Abbiamo fin qui parlato di parole e suoni ma c'è anche la filosofia della musica cui abbiamo intenzione di dedicare un po' di spazio più avanti.  Citiamo per la seconda volta Leopardi il quale sosteneva che non ci fosse un grande poeta che non fosse anche un filosofo. Naturalmente si riferiva ai grandi filosofi della natura non dell'Accademia. Tutto questo, però, accadeva nel secolo scorso... oggi siamo in un passaggio difficile da decifrare. Il grande Luzi vedeva una poesia che non fosse ignara del passato ma che si proiettasse di più nell'antropologico per dare un contributo all'umano, capace, quindi, non solo di riflettere ma di aggiungere qualcosa al mondo.

 

 

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