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Paolo Morelli, l'armonia e il sogno

Paolo Morelli, l'armonia e il sogno - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

 Negli anni Sessanta diventare figli dei fiori era facilissimo. Per prima cosa si acquistavano un paio di jeans su cui qualcuno disegnava sopra le margherite. I capelli dovevano essere fluenti e le basette ondulate; le ragazze si vestivano con lunghe tuniche indiane e indossavano tante perline. In sintonia con l’universo, lo slogan lanciato nei primi festival giovanili, promossi dalla rivista “Re Nudo”, era: “Fate l’amore non fate la guerra”. In quegli anni ruggenti eravamo un po’ tutti omologati su questo standard, tutti meno i ragazzi di un gruppo: gli Alunni del Sole, un ensemble che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli Ottanta, vendette milioni di dischi, vincendo anche alcune delle manifestazioni dell’epoca come il Festivalbar riservato alle canzoni più gettonate nei juke box. La storia del gruppo – allora si chiamavano complessi - è raccontata in un libro appena pubblicato da Arcana, “Alunni del sole-Paolo Morelli, l’inventore dell’armonia”, scritto da Bruno Morelli, chitarrista e soprattutto fratello di Paolo cioè l’autore di tutti i testi e delle musiche di circa 150 canzoni. Il volume pubblicato da Arcana ci fa conoscere la storia del “complesso” che in realtà non era tale visto che tutte le canzoni erano composte da un cantautore, Paolo Morelli, il quale scelse di trincerarsi dietro il nome preso da un libro di Giuseppe Marotta.  Ma non è tutto: il racconto di quei formidabili anni mette al centro il ruolo delle case discografiche nella storia della musica italiana. Tempi in cui si poteva entrare in sala di registrazione per sperimentare nuove sonorità liberamente, senza vincoli di tempo. Il racconto di Bruno Morelli, coadiuvato nella scrittura da Antonio G. D’Errico, svela il rapporto degli Alunni del sole con Nanni Ricordi, Ennio Melis della Rca e, prima di tutti, Toni Casetta della Produttori Associati per la quale incideva anche Fabrizio De André che di Paolo Morelli divenne amico. In più occasioni Nanni Ricordi ed Ennio Melis proposero a Morelli di “abrogare” il nome del gruppo per valorizzare quello del cantautore Morelli ma l’interessato scelse diversamente. Il fondatore e leader degli Alunni del sole veniva da una famiglia di musicisti professionisti e lui stesso aveva studiato musica tanto da diventare un maestro nel comporre le melodie: nelle 150 canzoni pubblicate possiamo ascoltare un vasto ventaglio di soluzioni melodiche. Non si può dire altrettanto della varietà dei testi, sempre incentrati sull’ideale di un amore impossibile, perso, e addirittura solo sognato. Basta scorrere la hit dei 45 giri che ebbero record di vendite, da “Concerto” in cui cantava il  “ricordo di una notte che non finiva mai” a… “E mi manchi tanto”, versi di un passato che non va via dalla mente, per arrivare a Liù, il brano che vinse il Festivalbar come canzone più gettonata nei juke box italiani. Dicevamo che gli Alunni del sole non erano tra i figli dei fiori e nemmeno erano stati travolti dalla rivoluzione beat che aveva portato in Italia i suoni nuovi. Morelli si rifaceva alla musica classica e ai suoi studi del pianoforte. A regalare agli Alunni il successo del grande pubblico fu Renzo Arbore che li volle in studio per una trasmissione della Rai che, dal 1969 al 1971, fece epoca: Speciale per voi. Erano occasioni straordinarie perché venivano ospitati in diretta artisti di primo piano, accompagnati dagli Alunni del sole. Andarono in onda Lucio Battisti, gli Afrodite’s child, Barry Ryan e tanti altri, tutti “processati” da un pubblico fortemente ideologicizzato che accusò, ad esempio, Battisti di non essere impegnato politicamente. In quella trasmissione, Paolo Morelli si scatenava con sorprendenti evoluzioni al pianoforte. Vendere i dischi e trionfare in quelle manifestazioni che si chiamavano Cantagiro, Festivalbar, Canzonissima, Disco per l’estate, significava accrescere l’autostima e stimolarsi a migliorare. Quest’ultimo compito era assunto in pieno dai produttori musicali, Roberto Dané, Nanni Ricordi, Ennio Melis e quel Vincenzo Micocci a cui molti anni dopo Alberto Fortis avrebbe dedicato “Vincenzo e Milano” con la polemica contro Roma. Morelli non avrebbe voluto cambiare mai il proprio editore ma furono le contingenze a costringerlo. La prima volta avvenne con l’acquisizione della Produttori Associati da parte della Ricordi; un passaggio determinato dalla cessione dell’azienda dopo che Casetta aveva acquistato  il Castello di Carimate per farne un mega centro di produzione discografico. Fu un investimento eccessivo che la Produttori associati non poteva reggere nonostante gli anticipi intascati dalla Ricordi per la distribuzione dei dischi. L’altro passaggio di scuderia per gli Alunni fu quello da Ricordi a Rca; l’intento era di andare a lavorare con Ennio Melis, l’uomo che per trent’anni ha compiuto un autentico miracolo, realizzando sulla Tiburtina, a dodici chilometri da Roma, il maggiore stabilimento di produzione di dischi, sezione italiana della multinazionale americana. Una scelta, quella degli Alunni del sole, che non fu gradita da Nanni Ricordi: “Avete deciso di passare con la puttana di via Tiburtina”, chiese al fratello di Paolo il quale rispose per via diplomatica: “Dopo anni di vita milanese vogliamo rientrare a casa. E poi stiamo andando dal gigante di via Tiburtina”. Ma la motivazione più profonda della scelta era da ricercare nel distacco che avevano manifestato i produttori della Ricordi nel momento in cui la storica casa di edizioni musicali si avviava alla ristrutturazione. Storie della discografia di un tempo che fu. Il libro riporta stralci dei diari di Paolo Morelli ed è interessante scoprire che nacque un’amicizia con Fabrizio De André e che i loro  incontri nella sala di registrazione alla Produttori associati furono proficui: “La cosa più importante che ho imparato da Fabrizio”, scrisse nel diario il leader degli Alunni del sole, “è il suo modo di concepire l’intera costruzione di un album. Ho notato che in tutti i suoi lavori ha sempre scelto un progetto intorno al quale articolare le canzoni”. Morelli attraversa gli anni Settanta con dischi che ignorano completamente la scena della nuova canzone napoletana, quella rivoluzione in atto allora dall’etnorock di Napoli Centrale, all’ironica fantasia di Edoardo Bennato sino alla nuova frontiera di Pino Daniele. Ma a Napoli gli Alunni andavano comunque a pescare nella tradizione rivestendola di musica classicheggiante, come accadde con “Tarantè” e con “A Canzunciella” che sarebbe stata ripresa da due milanesi doc come Enrico Ruggeri e Ornella Vanoni. Musiche rivestite dai suoni delle nuove tastiere che erano uscite sul mercato in grado di simulare intere sezioni i d’archi, i cori e altri strumenti dell’orchestra classica. In realtà il legame con la canzone napoletana era caratterizzato da una forte riconoscibilità anche in brani che per tanti anni Morelli aveva cantato in italiano perché la musica abita a Napoli. La storia degli Alunni del sole ci offre poi l’immagine intima di un cantautore introverso che addirittura rompe i rapporti col mondo esterno, chiuso in casa ad esercitarsi sette ore al giorno al pianoforte e poi a dipingere quadri di dimensioni sempre più grandi. Ma c’è una costante: in ogni forma d’arte, Morelli si esprime sempre con nostalgia. Di questo ne parla apertamente anche in una pagina tratta dal diario: “La relazione tra nostalgia e la ricerca del senso della vita? Se la prima mi riporta alla passione della mia adolescenza, la seconda implica di volgere lo sguardo verso il futuro a quanto non ho ancora realizzato appieno, a qualcosa da vivere che non ho ancora vissuto avvertendo il desiderio di mettermi in gioco” … Solo che nelle canzoni la nostalgia è vissuta pure nel presente. È nostalgia di quello che poteva essere e non è stato ma è anche il rimpianto della propria casa, quella dell’infanzia a Napoli, lasciata a 18 anni per andare a cercare il successo nella capitale. Nella vita reale, Paolo sceglie di vivere a casa col fratello Bruno. Ma è una vita appartata. Di sera poche volte si ferma a cenare; una tazza di latte gli basta e poi s’intrattiene al telefono con una donna, l’amore grande, eterno e cantato in tutte le composizioni forse nella convinzione che sia l’unico modo possibile di vivere. Un amore sognato e perfettamente riuscito anche se vissuto da lontano, sapendo che solo quella donna dall’altro capo del telefono lo avrebbe capito. La vita di Paolo si chiuse per un infarto nell’autunno del 2013. Non è un luogo comune dire che da un po’ di tempo era cambiato: Bruno racconta di aver chiesto al fratello se fosse vero che i sogni belli non finiscono. “Nunn’è overo, arriva ‘o mumento che pure i sogni svaniscono” fu la risposta di Paolo. Poi una mattina di quell’autunno, i due fratelli uscirono insieme in città, a Roma: Paolo aspettava in macchina che Bruno finisse le compere. Quando Bruno tornò, guardando dal finestrino dell’auto, ebbe l’impressione che il fratello si fosse addormentato. Non era così, il suonatore di ricordi di era assentato definitivamente.  

Pubblicato su Extra Music Magazine, 27 aprile 2020

Alessandro Quarta, il tango più sensuale

Alessandro Quarta, il tango più sensuale - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Famoso in tutto il mondo e proclamato dalla Cnn “Musical Genius”, ad Alessandro Quarta c’è voluta la partecipazione al festival di Sanremo per dargli la popolarità quando l’anno scorso accompagnò Il Volo col suo violino. Il musicista salentino, 44 anni, che ha collaborato con Celine Dion, Mark Knopfler, Boy George e ha composto la colonna sonora di diversi film americani, ha pubblicato un disco e un Dvd dedicato ad Astor Piazzolla e quindi al tango, il sentimento che balla, quel ritmo che, grazie alla vocazione cosmopolita, ha assunto nuove identità in ogni parte del mondo. Quarta plays Piazzolla, undici brani per riconciliarci con la musica senza etichette dove, oltre al violino del Musical Genius suonano il piano di Giuseppe Magagnino, la chitarra di Franco Chivirì, il basso di Michele Colaci. la batteria di Cristian Martina e la fisarmonica di Vince Abbracciante. S’inizia con Milonga del Angel e per Quarta, che ha accompagnato Roberto Bolle in una memorabile serata in piazza del Duomo, è facile immaginare la scena: movimenti lenti, due corpi vestiti ma che sembrano nudi e trasudano ormoni pronti a sventrare le loro ombre. È tango, è sensualità. Segue Fracanapa e qui il ritmo pulsa forte, veloce, indomabile. I corpi si muovono in un turbinio di movimenti decisi, una deflagrazione di emozioni. È un tempo incalzante, improvviso come una tempesta, fulmineo. Si legge nel libretto che accompagna il CD: “Non capisco se è una sporca scopata sotto una pioggia battente o un nobile tango, gentile ed educato. Fatto sta che tutto ciò induce i miei sensi e il mio corpo a un’esplosione imponente”. Libertango potrebbe essere l’essenza del musicista: “Il violino non è uno strumento”, riporta il libretto, “ma un’estensione del mio corpo. Anche se troppe volte lo vedo come una donna, quella donna che fa mio il suo corpo. Il riccio… il suo volto, le fasce… i suoi fianchi, la tastiera la sua schiena e il suo seno, le corde sono il suo ventre. La f… le sue labbra per ascoltare il suo e il mio piacere”. Alessandro Quarta, polistrumentista, suona anche il piano e la chitarra, è in realtà il violino con cui iniziò a cimentarsi già a tre anni. Ma è il temperamento vigoroso, l’esplosione di energia che lo contraddistingue e che lo induce a suonare dalla classica al jazz, al blues. Certo il suo approccio non è quello di un musicista classico nonostante abbia fatto parte dell’orchestra Symphonica Toscanini diretta da Lorin Maazel. “Tutto ciò che è etichettato è di per sé pregiudizievole”, ha spiegato Quarta, “se mi incontri per la strada, lo so, posso sembrare un evaso da un carcere messicano, non sono rassicurante come potrebbe essere un bancario in giacca e cravatta; l’abito spesso fa il monaco ma il mio è un paradosso perché vorrei dire che lo stesso accade in musica: non si deve mai giudicare prima di ascoltare”. E allora ascoltiamo questo violino straordinario che non è solo lo strumento del diavolo come credettero coloro che ebbero la fortuna di assistere alle esoteriche esibizioni di Paganini ma è soprattutto uno strumento passionale. Perché riproporre oggi il tango di Astor Piazzolla? “Volevo riportarlo alle atmosfere in cui quella musica è nata dalla sensualità alla sessualità”, ha detto Alessandro Quarta. E allora tutto quello che non possono dire le parole è raccontato dalla musica in giro per il mondo. Come il tango “porteno” cioè portuale, un ibrido di danze locali creole e nere con il ritmo della habanera e con elementi melodici armonici e formali di musiche popolari, soprattutto di origine napoletana, portati dagli immigrati a Buenos Aires. Quarta, con la sapienza degli innovatori, unisce tutti gli elementi con la sua musica senza etichette che lo ha portato alla fama più all’estero che in Italia. Ci sarà un motivo? Certo la cultura nel nostro Paese è sottostimata ma Quarta preferisce dare una riposta tecnica: “Ho sempre creduto che per fare una grande carriera ed arrivare al successo non basti solo il talento ma ci voglia molta disciplina e un’attenzione maniacale nella cura dei dettagli. È quello che faccio nella mia musica con il violino, svestendolo dal frac per impreziosirlo di emozioni, di arte, cultura e di innovazione”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 16 aprile 2020

Canzoni tra guerra e pace

Canzoni tra guerra e pace - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

SE negli ultimi tempi l’anarchismo non ha prodotto nuove dottrine, nuove scuole, nuove correnti d’idee, è invece più vivo che mai nelle canzoni di Carlo Ghirardato, musicista emiliano con cromosomi corsari tedeschi, che ha in De André la sua stella polare. Così, dopo alcuni dischi di cover dedicati a Fabrizio e dopo circa 500 serate sempre in bilico tra musica d’autore e anarchia, Ghirardato ha fatto il salto pubblicando Canzoni tra guerra e pace un concept album che ha come filo conduttore la violenza degli Stati, cioè la guerra. Sono undici brani che spaziano nel tempo passato con le parole di Sergio Endrigo, Boris Vian, Italo Calvino, e ci illuminano sul presente suggerendoci che la globalizzazione non si può fare coi soldi ma con la conoscenza. Ma la svolta di Ghirardato passa anche per la qualità degli arrangiamenti e per il suono dei musicisti: Michele Ascolese (chitarre, bouzouki, requinto), Mark Harris (tastiere), Cristiano Califano (chitarra classica), Alberto D’annibale (violino), Fabio Fraschini (basso), Denis Negroponte (fisarmonica e clarinetto), Marco Rovinelli (batteria), Raul Cuervo Scebra (percussioni), Elio Tatti (contrabbasso). Tre minuti d’introduzione, un mix di Pink Floyd, Pete Seeger e una citazione da De André: “Dove sono i generali che si fregiarono nelle battaglie con cimiteri di croci sul petto” … Subito dopo i figli della guerra iniziano il racconto con “Dove vola l’avvoltoio”, il testo di Italo Calvino con musica di Sergio Liberovici scritto per Cantacronache, un gruppo di musicisti, letterati e poeti costituitosi a Torino nel 1957 con lo scopo di valorizzare il mondo della canzone attraverso l’impegno sociale. La voce baritonale e calda di Ghirardato vola sulle note di Ascolese e il contrabbasso di Tatti in un brano classico dal tono manouche. Ma in un disco dedicato al popolo, la scelta non poteva non cadere su una pluralità di lingue, italiano, inglese, francese, tedesco e il dialetto napoletano di ‘O surdato ‘Nnammurato in una versione intimistica, più vicina a quella della grande Anna Magnani rispetto alle decine di interpretazioni inutilmente gridate al vento. Da rimarcare che ‘O surdato ‘Nnammurato si apre con un grappolo di note dell’Inno di Mameli, volutamente sporcate quasi a ricordare che non possono essere considerate sacre battaglie quelle che hanno visto un massacro di uomini. Segue un brano del cantautore americano Irvin Gordon, autore di Two Brothers, una canzone popolare sulla guerra civile per poi lasciare subito spazio a una sorprendente “O Gorizia tu sei maledetta” laddove, all’interno di un brano acustico con chitarra e fisarmonica, viene inserita una strofa rock: “I ragazzi del 99 decimati, mutilati derubati”… che poi non sono altro i ragazzi che un secolo dopo si devono raffrontare con un potere che si è riciclato. Ghirardato guarda ancora alla canzone napoletana, madre di tutta la canzone italiana, con Reginella, in una versione retta dalla voce e dalla sola chitarra classica; clarinetto, contrabbasso e chitarra, invece, sostengono la disperazione del Disertore di Boris Vian, cantata in francese. Segue “I come and stay at every door”, con le parole del poeta turco Nazim Hikmet, un bel flusso lirico dove dominano le tastiere di Mark Harris e la chitarra di Ascolese. La storia di una famiglia scacciata da Pola, dall’Istria, cioè la storia vissuta e cantata da Sergio Endrigo in 1947, è ripresa qui con grande delicatezza nell’arrangiamento che accentua la nostalgia e la rabbia di chi ha subito una ferita al cuore. Ghirardato ci parla della guerra da angolazioni diverse: “Solamente chiedo a Dio/ che il dolore non mi sia indifferente/ che la morte secca non mi trovi/ vuoto e solo, senza aver fatto abbastanza”, è la logica conclusione di un disco rosso di sangue della guerra, un brano di Leon Gieco che ricorda la musica andina. La chiusura è riservata alla celebre Lili Marlen con un arrangiamento che esaspera la drammaticità della canzone cantata da Marlene Dietrich con un tempo rallentato dal piano elettrico di Mark Harris che centellina note di dolore. Canzoni tra guerra e pace è la personale battaglia di Carlo Ghirardato per portare la bellezza della musica al cuore del potere così come aveva fatto in precedenza pubblicando l’Ode a Passannante, l’anarchico protagonista di un attentato fallito al re Umberto primo e che era stato celebrato in una poesia di Giovanni Pascoli. Il nuovo disco, registrato dalla Playrec di Roma, però va oltre i sentimenti che pure ci sono e ha lo scopo principale di aiutarci a leggere il libro del mondo attraverso le parole cangianti e la voce che Ghirardato modula per cercare complicità in chi ascolta. Il momento storico che ci è dato di vivere è in quelle undici tracce e la scritta sulla copertina del CD è chiara: “Per tutto quello che è accaduto, per quello che accade ancora, i cavalieri erranti son trascinati via”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 8 marzo 2020

Animantiga, viaggio nel mare nostrum

Animantiga, viaggio nel mare nostrum - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Non c’è un solo colore del mare, ce ne sono tanti. L’acqua, grigia sotto le nuvole, è nera di notte; all’alba diventa dorata e al tramonto può essere rossastra. Sono le sensazioni che ci trasmette Animantiga, il disco postumo di Roberta Alloisio, una delle grandi voci del Mediterraneo, cantante, attrice e interprete genovese, che se ne è andata via trentasei ore dopo aver registrato questo incredibile lavoro. Omero diceva che il mare  di notte ha il colore denso delle isole e qui il colore è quello della Corsica: Animantiga è stato pensato e condiviso da Roberta con il cantautore corso Stéphane Casalta per raccontarci la sorellanza tra Genova e la Corsica. 


Le due lingue, perché di questo si tratta non di dialetti, si mischiano, si contaminano, proprio come i suoni arrangiati da Giovanni Ceccarelli che alle dodici canzoni dell’album ha aggiunto una composizione di piano solo, dedicata a Roberta. Ma, in realtà, siamo di fronte a un disco corale cui hanno preso parte tante donne, tra cui Laura Parodi, Esmeralda Sciascia, Elsa Guerci, Patrizia Gattaceca, Cristina Nico, e tanti uomini, Paolo Gerbella, Mario Arcari, Armando Corsi, Felice Del Gaudio, Loris Lombardo, Luca Falomi, Marco Leveratto, Stefano Cabrera; artisti tutti presenti nella title track che dà il titolo all’album, scritta da Paolo Gerbella

È musica del popolo e le melodie sono avvolgenti soprattutto quando Giovanni Ceccarelli e Armando Corsi ricamano sulle rispettive tastiere del piano e della chitarra e Mario Arcari, principe dei fiati, sottolinea le frasi con l’oboe; musica etnica con ricorrenti suggestioni world e jazz. È un viaggio nel mare nostrum tra Genova, il Maghreb, la Turchia, che parte da una lingua di terra che si allunga nel mare e da cui riusciamo a vedere la Corsica, “Kalliste, la più bella”, come la chiamavano i Greci.

L’isola lascia al fato il suo destino pirata, così vicina al mare ligure eppure separata da destini e lingue differenti. Genova come un arco teso all’Oriente con i suoi grandi palazzi e le foglie d’ulivo che caratterizzano tutto il Mediterraneo: “Siamo sorelle, siamo fratelle”, è il canto corale di questo viaggio antico eppure così attuale.

Bordesando come deve un buon marinaio, una canzone ci porta in Turchia nel Mar di Marmara, uno specchio d’acqua tra due continenti, dove tutto è “negru”. O meglio è nero per chi dalla Turchia osserva un orizzonte cupo. In questo brano alle voci di Roberta Alloisio ed Esmeralda Sciascia si impastano i contrappunti di Armando Corsi e il tocco di Ceccarelli alla clavietta. Il Mediterraneo è un mosaico di storie, di popoli e razze che si sono mescolate, fusi e contrapposti per secoli; una storia che sentiamo in “Mediterraniu”, cantata da Patrizia Gattaceca, e nella dolcissima ninna nanna intitolata Dòrmi colombo, un brano popolare genovese.

Ma il mare è fatica ed è pericolo ed è facile che qualche marinaio possa intravedere le Sirene: “Il mare mi affascina ancora, lo vedo disteso, offeso, tradito da canti di mille sirene, una voce suadente mi attrae serrando le vene con cento catene”. Qui il colore che Roberta assegna alla canzone è il grigio ardesia mentre il profumo che ci sembra di respirare potrebbe essere quello del basilico che ogni genovese custodisce sul proprio balcone mentre un corale, reinterpretando un canto popolare, ci conduce alla “Lanterna de Zena”. Il viaggio canoro prosegue risalendo verso la Corsica, sapendo che il Mediterraneo è una storia di conflitti perenni. 

 

Nel disco trova spazio una corale polifonica a cappella, “Amandulu fiuritu”, che ci ricorda come i canti polifonici abbiamo un ruolo importante nella cultura corsa; questa piccola Odissea si conclude con il ritorno a Genova e a quei fantastici incontri di vocali che solo il genovese regala. Il disco è stato prodotto da Orange Home Records di Raffaele Abbate ma il progetto è nato con un crowdfunding sulla piattaforma Musicraiser.

Il percorso artistico di Roberta Alloisio si chiude qui con un disco che è un po’ la summa di una vita dedicata al teatro e alla canzone che la portò a vincere nel 2011 la Targa Tenco come miglior interprete a collaborare con Luis Bacalov per il progetto “Xena Tango”. L’opera di post-produzione, successiva alla prematura scomparsa di Roberta, ha richiesto una lunga elaborazione del lutto da parte di tutti coloro che avevano creduto nel progetto. Da segnalare la foto della copertina: una mongolfiera che sale verso il cielo, opera di Lele Luzzati amico da sempre di Roberta. La mongolfiera sale con due personaggi a bordo, sorridenti, in volo per mondi lontani 

Pubblicato su Extra Music Magazine, 17 febbraio 2020

Cristiano De André vince il Premio Ciampi

Cristiano De André vince il Premio Ciampi - Alfredo Franchini

di Alfredo Franchini

Le case di Piero Ciampi e di Amedeo Modigliani nella via Roma a Livorno sono una di fronte all’altra. Nel giorno del Premio Ciampi, due musicisti si affacciano alle finestre degli edifici attraversati da una strada; saranno in tutto una decina di metri in linea d’aria e improvvisano un dialogo fra tromba e sassofono. È il modo più adatto per iniziare la lunga finale del premio Ciampi, assegnato quest’anno a Cristiano De André che la giuria ha decretato essere “la voce di quelli che non si sanno rassegnare a una notte senza stelle da contare”. Ciampi non fu un cantautore comune così come Modigliani anticipò di gran lunga il costume degli artisti contemporanei. Per entrambi essere moderni equivaleva a una questione scomoda perché immaginavano un futuro diverso da artisti maledetti per l’incessante polemica antiborghese e lo stile di vita bohémien.

Il titolo della venticinquesima edizione del premio rappresenta il valore universale del cantautore livornese: “Ciampi ieri, oggi e domani” è il motto che gli impeccabili organizzatori hanno scelto per il quarantennale della morte del poeta in musica. Il 2020 segna una svolta importante per il premio della canzone d’autore che ha avuto un’anteprima a Genova in Via del Campo, nel museo dei cantautori diretto da Laura Monferdini: Livorno e Genova gemellate nel segno della canzone d’autore. Per questo con la Monferdini c’è un altro illustre genovese: Gianfranco Reverberi, compositore, pianista e produttore; il perno su cui ha ruotato la musica italiana degli anni Sessanta e Settanta, il discografico che ha lanciato Tenco, Paoli, Gaber e Jannacci, uno dei primi a proporre il rock’n roll in Italia. Reverberi fu grande amico di Piero Ciampi con cui condivisero il servizio militare nelle Marche e poi fu autore e produttore del cantautore livornese. Reverberi sale sul palco del teatro Goldoni e suona “Fino all’ultimo minuto”, il brano da lui composto e pubblicato nel disco in cui Ciampi, reduce dall’esperienza a Parigi, viene definito “l’italiano”, peraltro senza l’apostrofo. In quello storico album c’erano dodici canzoni e Ciampi avvertiva: “Sono dodici canzoni per una donna che ho amato e che ho perduto, dodici ricordi che sono la Bastiglia del mio cuore”.

La sera scende dolce nel porto di Livorno, proprio come sarebbe piaciuto a Piero che in molte poesie ha descritto la sua città. Versi ideati mentre camminava per la strada, facendo soliloqui nel porto delle illusioni con la speranza di incontrare “qualcuna come lei”. Sì, perché Piero ha perso tutte le sue donne e con loro ha perso la casa, la famiglia, i figli ma gli è sempre rimasta la poesia di cui andava fiero. “Per sapere cos’è la solitudine bisogna essere stati in due, altrimenti qualcuno ti deve raccontare che cosa è la solitudine”. Dall’impotenza dei sentimenti nacque quel capolavoro che è Tu no, canzone della rinuncia scritta a toni ancora più cupi di Non andare via di Jacques Brel.  Cristiano De André la canta nel Teatro Goldoni accompagnato alla chitarra da Osvaldo Di Dio e attraverso la sua interpretazione si riesce quasi a toccare con mano il lirismo del dolore. È la parabola del male che ti viene addosso, ti travolge e a cui non puoi porre rimedio. Cristiano non si nasconde: “Ho pensato alla fine del mia famiglia, dei vecchi saggi, mio nonno, mio padre, mio zio, mia madre, tutti scomparsi in sette anni”. E l’emozione è ampliata dal ricordo di ventitré anni fa quando Cristiano accompagnò il padre a prendere lo stesso premio. Tu no, quel grido di dolore che Ciampi urlò dopo l’abbandono della sua Gabriella diventa il grido di Cristiano e tutto torna nelle motivazioni della giuria: “Mai come nel caso di Cristiano De André la vicenda artistica si è dipanata a così breve distanza da quella umana. La possiamo considerare un lungo dialogo con se stesso e con il padre Fabrizio. Nel corso di una carriera ormai quasi quarantennale”, dice il presidente Antonio Vivaldi, “Cristiano, oltre a dare prova di sé come eccellente strumentista ha inciso canzoni in cui non ha avuto paura di dimostrarsi romantico, oppure fragile, oppure dubbioso. Da oggi lo possiamo considerare la voce di quelli che non si sanno rassegnare a una notte senza stelle da contare”.

Ma le stelle che Ciampi cantò in modo davvero diversa dagli altri cantautori ci sono eccome nella notte gelida di Livorno: “Figli vi porterei a cenare sulle stelle ma non ci siete”, scrisse Ciampi in Sporca estate, uno dei tanti brani in cui imprecava o usava l’antica tecnica del vituperium senza mezzi termini, sino ad arrivare al vaffanculo. “Finirà come sempre, una porta chiusa a chiave, dentro a un letto disfatto, dentro una stanza buia. La luce delle stelle spenta sotto i corpi che si muovono a distanza senza amore sono alibi di sesso. Perché dici di amarmi? Talvolta temo davvero di non amare più nessuno e di non riuscire ad amare e invece l’incontro è sacro per questo. Incontro qualcuno che mi fa pensare che sono ancora capace di amare”. Ciampi non fece nulla per piacere al pubblico, dice il maestro Reverberi, ma i giovani lo stanno riscoprendo. La canzone d’autore è viva e nello spettacolo lo ribadisce il giornalista Andrea Scanzi che tratteggia la figura di Ciampi e regala alcuni aneddoti gustosi assieme all’Orchestra multietnica di Arezzo e a Paolo Benvegnù. Cantano i La Crus e Omar Pedrini, suonano Andrea Pellegrini col Trio di Livorno. Per Cristiano De André è un punto d’arrivo e di ripartenza: “E’ il momento che tiri fuori me stesso”, afferma, “e che vi racconti come la penso”. Ma prima del suo nuovo disco, intanto, è previsto per il prossimo autunno l’uscita di un Dvd basato sull’ultimo tour Storia di un impiegato ma che conterrà un “film nel film” per la regia di Roberta Lena. La venticinquesima edizione del Ciampi si chiude così tra musicisti che per strada improvvisano il ritornello: “Quanto è bello il vino, rosso, rosso, rosso” e vecchi amici che si ritrovano al ristorante l’antica Venezia dove mangiava Dedo Modigliani: il tempo se ne va, recita un inedito di Ciampi: “Andando via talvolta dolcemente, mani perdute tutto alle spalle… la sera scende in fondo al cuore, solo mani perdute, solo buio profondo e il tempo se ne va. L’amore in cima, l’anima in fondo”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 25 gennaio 2020